Gomarolo de 'na volta di Maria Teresa Pezzin

 

Prefazione: il lettore noterà fin dalle prime righe, che questo racconto di memorie è di notevole interesse.

Vi sono tutti gli elementi che lo rendono prezioso: l'appassionata e lucida descrizione, la chiara semplicità, il lavoro puntiglioso, un glossario dei termini dialettali e altre sorprese che lasciamo infine al lettore il quale, siamo sicuri, avrà un sorriso di benevolenza e gratitudine verso l'Autore, come sempre succede quando si incontra un grande Racconto.  Norbiato Enrico

Un sentito Ringraziamento, a nome della Proloco di Conco,  a Maria Teresa Pezzin per averci fornito lo scritto!

 

A Gomarolo, frazione di Conco (VI), composta da numerose contrae e chiamata Comarolo, vivevano negli anni '50 del '900 circa 300 persone. C'era la Chiesetta (e c'è ancora) con a fianco la scuola e davanti la piazza, un pozzo, la pozza per abbeverare le mucche. La piazza era ricoperta di ghiaia, mentre la strada principale era in terra battuta, come ovviamente tutti i strodi che univano le varie contrae. Partendo da nord le contrade erano: Schirati (vi abitavano i Puji), Miosse (vi abitavano i Dami, i Mochese, i Trotuli, i Mori, Borèlo), Visinsi chiamati anche Pile (vi abitavano i Bululi, i Patai e l'Augusto, di cui non ricordo il soranome), Jacumiti (famiglie dei Comare, Mali,Fienili, Fiete ?), S-cianfre (famiglie dei S-cianfre, Pile), Puvole (famiglie dei Burtuluni, Cuniji, Tesse, Bete, Borasca), Puli (Anulfi, Fume), Sgambarari (Sandrini, Baldi, Russi, Titaosti), Scarpuni, Russiti, Fornari (Menegoli, Piste, Otaviani, Peche, Bessega, Toti, Popi), Scaole, Turchia (Tète), Bissaca (Gatani, Xepi), Pulìdi, Troti.

Io e Piergiorgio siamo nati in contrà Puvole, nella famiglia del Piero de la Sioreta e Maria Rizzolo (Cota), dal Domenico (Mino) e dalla Maria (Elena) Pezzin dei Comare. La nostra casa era la prima casa della fila vicino alla strada, confinante con quella del Santolo Archimede e Santola Nèi; più in là c'erano la Lena e i Borasca, che confinavano con la vale. Solo dopo qualche anno, con la morte delle due nonne, ci siamo trasferiti nella casa del nono Checo dei Jacomiti, che era rimasto solo. Infatti, dei suoi figli, Ettore e Giuseppina erano emigrati in Piemonte, Elisabetta e Romilda si erano fatte suore, Piero andava a lavorare stagionale in val d'Aosta, tornando soltanto nei masi invernali.

In Comarolo le case erano quasi sempre attigue alle stalle, come pure i pollai e le stie; i cortili erano spesso comuni e vicino alle case c'erano gli orti e i pozzi. Chi più e chi meno, quasi tutte le famiglie possedevano prati, campi, boschi ed allevavano animali; da tutto questo dipendeva la loro sussistenza.

La piazza era il nostro campo da gioco quando facevamo ricreazione a scuola; giocavamo a bandiera, a puina, chi ha paura dell'uomo nero?, palla avvelenata, su e do quarantanove...noi bambine a palla muro, la bella lavanderina ed altri giochi o canzoncine e filastrocche, mentre i ragazzi a volte a pallone.

La piazza era il luogo di ritrovo nelle feste particolari come il ricordo dello scoppio della polveriera il 24 ottobre, Santa Barbara, Patrona di Gomarolo il 4 dicembre; e poi tutte le domeniche e le feste quando veniva celebrata la Messa. Al termine della stessa c'era l'abitudine di rimanere un po' davanti alla Chiesetta per ciacolare e per scambiarsi notizie sulla salute, il lavoro, i parenti, la vita della settimana ecc. Noi bambini giocavamo un po', ma ci piaceva molto anche ascoltare i discorsi dei grandi. Poi molti uomini andavano all'osteria a bevre un goto e parlare delle loro questioni della terra, degli animali...magari trattare anche degli affari; mentre le donne tornavano a casa per preparare il pranzo. Di solito, alla domenica si mangiava la carne bollita oppure il fegato in umido, lo spezzatino con la polenta (nelle feste più grandi) e, a volte, el galo in tecia...Spesso mia mamma di domenica faceva il risotto (usando il brodo del bollito), era bravissima, lo faceva davvero speciale (io e mio fratello leccavamo il piatto da farlo sembrare lavato!). Durante la settimana non si mangiava mai carne, ma molte uova (quasi tutti allevavano le galline) specialmente alla sera, con patate o verdura cotta, verze, radicchi, latte; per pranzo spesso c'era la minestra di verdura, qualche volta pastasciutta, poi polenta e formaio, polenta e marmelata. Il venerdì era di magro e di solito si mangiava il pesce: passava el pessaro col camionsin gridando: avicinatevi done al cilio dela strada che riva el pesse fresco, pesse de Ciòxa, pesse de tute le qualità...afretatevi doneeee! Mia mamma prendeva i pesciolini da far fritura o il bacalà da fare in umido co la polenta.

Era una consuetudine che le donne facessero le tajadele de ovo, in quanto le uova abbondavano. A casa nostra avevamo sempre on bel punaro pien de galine da ovo ed in primavera mia mamma meteva la cioca, anca con quindexe o sedexe uvi! (uvi del galo, che andava a prendere oltra dai Malaghi). La faceva covare in stalla, nel primo locale più piccolo appena dentro dalla porta dove a volte si mettevano i vitellini; preparava l'agnaro ricavandolo in un angolo, dove metteva un asse e sotto un bello strato di fieno. La cioca covava, covava sempre...si alzava appena per qualche minuto ogni tanto per mangiare o schitare e poi subito alla cova. Io la tenevo molto osservata e non vedevo l'ora che nascessero i pulcini. Il tepore della stalla faceva certo una bella parte nel favorire lo sviluppo e, dopo venti-ventun giorni ecco che il guscio del primo uovo cominciava a creparsi. Mia mamma li controllava tutti e a volte li aiutava a rompere un po' il guscio, ma spesso bastava la forza del beccuccio del pulcino per uscire...Tant'è vero che spesso alla mattina ne trovavamo nati anche 5 o 6 insieme, scaldati con amorevole cura dalla cioca. Nel giro di pochi giorni, con il becchime e le prime uscite nelle ore un po' più calde del giorno, diventavano vispi ed audaci, beccan-do di tutto su dietro sotto le siexe, nei prati e nel curtivo, sempre al seguito della vigile madre! ed anche di noi bambini, che avevamo il compito di sorvegliare affinchè la poja non scendesse a rapirli...se la vedevamo su in cielo facevamo rumorosissimi versi battendo ritmicamente la mano sulle labbra, fino a che la malintenzionata non si allontanava. Così in primavera-estate crescevano bei galiti e bele polastre...i primi finivano uno alla volta in tecia mentre le altre rimpiazzavano le galine vecie... Io ho sempre visto i miei genitori tirare il collo ai nostri polli e galline, ma non ho mai impa-rato...era un'operazione troppo cruenta.

Le uova erano davvero ottime, visto come venivano allevate le galline: mattina e sera un bon paston a base di farina gialla, semola, a volte patatele bojìe...ed in più bele brancàe de sorgo o sorgheto...Stavano all'aperto tutto il giorno in giro per i prati, soto i siexuni sempre a raspare e becolare. Mi ricordo che la Cisbai aveva il pollaio nel casarìn, perciò le galline vivevano in casa con lei! Le nostre invece avevano un bel pollaio, adiacente alla stia del mas-cio; avevano diversi agnari, costruiti in legno e ciascuno con dentro il fieno sempre ricambiato dove mia mamma alla mattina metteva un uovo per indicare alle galline che lì dovevano andare a deporre. C'era infatti il rischio che, appena uscite, andassero a fare l'uovo su nei prati sotto i pajari e per evitare ciò , prima di lasciarle uscire le palpava con la deela, così sapeva quante avrebbero fatto l'uovo in quel giorno. In più dovevamo stare attenti che non prendessero l'abitudine di bere il proprio uovo....capitava anche questo, a volte, forse per carenze nutritive; i gusci delle uova che consumavamo noi, invece, li davamo sempre spezzettati alle gallline, che ne andavano molto ghiotte, dato il loro bisogno di sali di calcio.

Mia mamma ci faceva spesso di merenda el sbatudìn, che è lo zabaione: con lo sbatiovo si montava a neve l'albume, poi si aggiungeva il tuorlo e un cucchiaino di zucchero sbattendo ancora fino ad ottenere una massa gialla e spumosa che noi mangiavamo col pane per merenda. So che la merenda era sempre a base di pane insieme a qualcosa come: la marmellata dura formato tavoletta avvolta nella velina; el cremin spalmà sol pan, un ciocolatin duro avvolto in stagnola; un frutto come es.cachi, pera, persego, fighi, fighi sichi, datteri in inverno.. una cosa che mia mamma non è mai riuscita a farci bere era l'uovo crudo (caldo de agnaro)...pitosto pan bioto!!

Tornando alle tajadele fate coi uvi, ricordo che le donne erano bravissime a fare la sfoglia tonda tirata con il mattarello sol tajéro de cordela e poi messe all'aperto per asciugare.

Oltre alle uova, si beveva tantissimo latte, con la polenta, come minestra con riso e tajadele..Mio nonno teneva in stalla due – tre mucche ed anche qualche vedeleto; perciò non ci mancava quel bene primario, ed inoltre a volte riusciva a fare anche qualche formaggio..in questo caso ricordo quanto mi piaceva la cajà, che lui ci metteva in una scodella e noi la mangiavamo come una prelibatezza. Poi in casa avevamo anche salami, poiché il nonno teneva il maiale. Quando in autunno veniva copà el mas-cio, con il sangue mia mamma faceva la torta, un dolce fatto di mele, pere, fichi secchi, uvetta, noci, nocciole, bucce d'arancia e.....sangue de mas-cio!! che buona, mangiata con il pane. Poi col maiale facevano le bortondele, specie di polpette composte da polmone, milza, fegato tritati ed avvolte nella rete intestinale, passate nella farina gialla e fritte...le mangiavamo con la polenta ed erano squisite...

LA STALA

La stalla era il principale luogo in cui si svolgeva la vita delle persone. L'allevamento delle mucche era alla base del sostentamento delle famiglie, la stalla ci consentiva di scaldarsi e di fare vita comunitaria. La maggior parte delle famiglie ce l'avevano; chi non l'aveva andava a fare filò in una dei vicini di contrà, secondo le amicizie o le parentele. Lì si parlava di tutto e di tutti, si combinavano matrimoni ed affari, si colmavano le solitudini...Naturalmente nessuno stava con le man in man, ma si lavorava a cordela (sia uomini- alcuni- che donne e bambini) fatta con la paglia del frumento coltivato nelle banche; ciò consentiva un introito per la sussistenza. Le donne rammendavano a più non posso per far durare il più a lungo possibile maglie, camicie, calze, lenzuola...in un arduo riciclo di ogni centimetro di stoffa. I Vecchi raccontavano avventure un po' vissute ed un po' inventate, spesso raccontavano storie inverosimili e raccapriccianti per fare colpo sulla fantasia della gente ed impaurire i bambini. Capitava che qualcuno avesse dei libri e così leggeva ad alta voce; questo caso era molto ambito e faceva notizia. Spesso si cantava, ed intanto il padrone della stalla accudiva i suoi animali. Sopra alla stalla c'era la teda (fienile) dove veniva riposto la maggior parte del fieno; quello in sovrappiù si lasciava nel prato al momento della fienagione. In questo caso gli uomini costruivano la base del pajaro con una struttura fatta di assi e pali intrecciati su cui poi accatastavano il fieno secco intorno ad un palo centrale che aveva lo scopo di sostenere il grande cumulo fatto a forma di cupola con la punta. In alternativa, qualcuno costruiva al centro del prato il barco, cioè una struttura fissa fatta di assi, pali e lamiere, dentro cui il fieno veniva riposto. In entrambi i casi serviva come scorta per le mucche in periodo invernale, cioè quando terminava quello messo nella teda. Ho un vivo ricordo del gran lavoro che ci aspettava nella fienagione: mio nonno segava tutti i suoi prati a mano con la falsa, facendo le ante, noi lo aiutavamo a spandre l'erba appena tagliata, poi a voltarla con il rastelo, alla sera raccoglierla in marèi (mucchi) nel prato, alla mattina successiva spargerla nuovamente, nel pomeriggio voltarla un'altra volta ed infine alla sera, quando era bella secca,fare i antuni e metterla nei nissuli ben legati, messi sul collo e portati nella teda. Mio nonno e mia mamma facevano delle sudate memorabili...Tutto questo sempre che nel frattempo non venisse qualche temporale con acquasson che magari bagnava il fieno secco costringendoci così a rifare i marei e portarlo a casa il giorno seguente (rischi del mestiere!). Noi bambini davamo un grande aiuto nel lavoro dei prati: rastelare, voltare, fare i marei...uno dei miei compiti era quello di portare la minestra a mio nonno a mezzogiorno per evitargli di tornare a casa dal Monte, così lui poteva riposarsi un po' di più ed anche fare un sonnellino nel barco.

D'estate le mucche venivano portate in montagna, nelle malghe: partivano a metà giugno e tornavano i primi di settembre. Per la transumanza si riunivano gli animali di diverse stalle ed insieme i padroni percorrevano a piedi tutti i strodi che vanno da Gomarolo fino a Montagna Nova, aiutandosi nella conduzione delle mucche.

Mi ricordo i nomi delle ultime mucche di mio nonno: Toscana, Bandiera, Bixa, ed una vitellina Buci. La razza era bruno alpina...erano molto buone da latte...L'ultima che ha tenuto era la Bixa, così intelligente e docile...faceva tantissimo latte...io la portavo al pascolo in settembre quando tornavano dalla montagna, insieme alla mia cugina Mariangela oltra intel Gècole o sol Monte o inti Lampi. Il compito di portare le mucche al pascolo era abbastanza diffuso tra i bambini, a volte ci andava anche mio fratello con qualche suo amico. Stare nel prato per varie ore nel pomeriggio non era noioso, in quanto trovavamo sempre qualche gioco da fare (senza perdere di vista le mucche che non dovevano uscire dai confini), Al Gècole, per esempio, sul prato emergevano tanti massi...uno aveva la forma di sedile lungo e liscio e noi ci divertivamo ad usarlo come scivolo...che meraviglia su e giù da quel sasso... Altri sassi di varie fogge li facevamo diventare fornello, banco di scuola, casetta...insomma, inventavamo il gioco che si adattava al sasso...con un'esplosione di fantasia e divertimento!! Certo, dovevamo stare anche attenti a non finire sopra alle buasse... altrimenti erano guai per il nostro unico paio di sgambre.

Ma non potevamo permetterci di giocare e basta; mentre eravamo nel prato dovevamo anche preoccuparci di raccogliere la frutta di stagionecome noci, nocciole, castagne, mele, pere e portarla a casa. Inoltre dovevamo fare anche la cordela...e come eravamo orgogliose, tornando a casa, di far vedere alla mamma quanta ne avevamo fatta, e serviva da aggiungere alla sua per fare "el paco". Con questo, che vendevamo alla Mabile del Cunchele, prendevamo schei oppure barattavamo con filo, butuni, guxèle, deài...roba da cucito.

Le stalle che io ricordo, partendo da nord della frazione, erano quelle dei: Puji, Dami, Santo di Mori, Trotoli, Mali, Bepino, Comare, S-cianfre, Pile, Ferucio Patai, Bololo, Burtuluni, Cuniji, Bete, Baldi, Titaosti, Bonato, Doldo, Piste, Predebuni, Omero, Popi, Bessega, Scaole, Bissacca, Pulidi...qualcuna di sicuro l'ho dimenticata. Quelle che ricordo sono 26. Il Doldo teneva anche il toro, dove tutti portavano le mucche a fecondare.

La casa antica di mio nonno era piuttosto grande, per l'epoca; si componeva di una cucina a pianterreno, due camere da letto una sopra l'altra ed in alto il granaro, una scala raggiungeva tutti i piani. Adiacente e comunicante vi era un'altra casa composta da cucina e sopra camera, che negli anni addietro era abitata dal bisnonno Piero. Quando noi siamo venuti ad abitare con il nonno, dormivamo nella camera di sopra, io dormivo nella cuna e Piergiorgio con mamma e papà nel letto grande; nella camera di sotto dormiva il nonno Checo e, quando tornava dai lavori, lo zio Piero. Tutte le stanze avevano il sularo (pavimento di assi in legno) e due piccole finestre; la cucina aveva il camino ed il sottoscala (casarìn) come ripostiglio. Davanti c'era il cortivo, la stia-pollaio ed in fondo, in parte all'orto, la stalla (quella che negli anni '70 lo zio Piero ha trasformato nella sua casa attuale), composta da due locali di cui uno più grande dove stavano le mucche ed anche le persone a fare filò. Tutto intorno alle pareti c'erano i "coci", un rivestimento fatto di foglie d'albero raccolte in autunno, tenute a mò di pannello contro la parete da una intelaiatura di paletti; appoggiate ad essa stavano le sedie per le persone. C'era anche la piccola vasca per l'acqua da bere per le mucche quando non potevano uscire per andare alla pozza durante l'inverno. Le mucche stavano sulla letiera ed avevano la gripia per mangiare il fieno contro il muro ed il socale per raccogliere pisso e buasse verso l'interno della stalla. Infatti per guardare le persone dovevano voltarsi indietro, ed erano molto curiose...secondo me sarebbe stato più logico che venissero messe al contrario, comunque era così... Sopra c'era la teda, con a lato un foro nel pavimento che serviva per buttare giù nella stalla il fieno necessario al pasto del mattino e della sera.Vicino alla casa ed alla stalla avevamo piante de brombaro, un peraro de piri butiri, la ua spinela.

La famiglia ovviamente aveva anche diversi prati che servivano a produrre il fieno e l'erba necessari all'allevamento delle mucche: el Monte, su dietro a casa verso Conco; el prà del Toti, una striscia dietro casa su verso el Monte; el Gècole, dopo i Miosse verso i Culpi; i Lampi, sulla strada che porta alla contrà Trotti e di fronte a casa nostra; nei decenni precedenti anche la Possa Granda, sotto Monte Alto, che poi però mio bisnonno Piero ha dovuto vendere per sanare alcuni debiti di famiglia. In tutti questi prati portavamo anche le mucche al pascolo sia in primavera, prima che andassero in malga su in montagna, sia a fine estate quando tornavano dalla malga. In maggio av-veniva il primo taglio, chiamato el fen, che si portava nel fienile; in luglio si faceva il secondo taglio chiamato ardiva, che si metteva nel pajaro, costruito lì nel prato medesimo e che il nonno andava a prendere un po' alla volta durante l'inverno.

In tutti questi prati c'erano diverse piante da frutto: sol Monte perari, pomari di qualità pomariti e verduni, siarexara qualità duruni, castegnara, cornolaro; sol prà del Toti pomari e nogare; sol Gècole nogare. A delimitare i prati c'erano siexuni per lo più de noxelari, che facevano una quantità notevole de noxèle; poi spontanei, a lato del bosco, si trovavano fragole e more a volontà.

Infine, mio nonno aveva due grandi orti davanti a casa, tre campi (le banche) sopra il monte per frumento e sorgo, un campo per le patate dietro a casa un po' più su e vicino a quello di mio papà; un grande pezzo di bosco per la legna, el Buste, sempre vicino a quello di mio papà, dopo la contrà Pulidi, sotto il monte Alto. Era di mio nonno anche la casa dove stiamo attualmente, che un tempo era stalla con fienile ma usata per tenerci patate, cipolle, pumi, noxe, noxele ed anche qualche attrezzo da lavoro; mio papà e mia mamma l'acquistarono successivamente e la riadattarono per farci l'abitazione autonoma della nostra famiglia (prima abitavamo insieme al nonno nella casa vecia).

Da mia mamma e zio Piero sentivo dire i nomi di appezzamenti prativi che erano un tempo di proprietà della famiglia del bisnonno Piero: Val del Gatro, Possagranda, Val di Sepi, Cunchi, Bolpatèle, Pussìn, Palme, Ciaramèle, Pratondo, Trate, Monte dela Mèa, Grance, Basseta. Come boschi, el Buste e el Pisarèche. Non so di preciso dove si trovassero tutti questi prati, salvo che sono tutti nei dintorni di Gomarolo, da un lato all'altro della vallata.

La coltivazione delle patate era una parte molto importante delle attività; in primavera, cioè prima della partenza per i cantieri del Piemonte e Val d'Aosta, papà e zio Piero sapponavano i campi, tarassavano (portare la terra dal fondo del campo alla parte superiore) e infine piantavano le patate da semensa, messe da parte nella stagione precedente. Anche noi bambini aiutavamo a piantare le patate, mettendone una per ogni buxeto fatto con la sapa e poi ricoperto con la terra. Un altro dei nostri compiti era quello, in estate, di levare dalle piante i bauti, cioè quei parassiti che mangiavano le foglie facendo morire la pianta; una ad una le guardavamo ogni giorno e prendevamo il bauto tra due sassi schiacciandolo. Inoltre mia mamma o il nonno spruzzavano un veleno apposta sulle piante, utilizzando un masseto de fastughi.

L'ORTO

Quasi tutte le famiglie del paese abitavano in una propria casa ed avevano un orto; molti possedevano terreni lavorati a prato o campo, e boschi per la legna. Nell'orto si coltivavano patate, faxuli, verze, verdarave, teghe, seole, aio, radici e insalata, bixi, suche per l'inverno; e poi salvia e rosmarin. Si teneva sempre la semensa per l'anno dopo e c'era molto l'abitudine di scambiarsela tra vicini per aiutarsi nelle coltivazioni. Le donne coltivavano vasi di fiori come gerani, fucsie, garofani...e piantavano rose e dalie, Anche per questo in primavera c'era tra loro un grande scambio di buti, specialmente se a qualcuna capitava di andare fora de rassa... Durante i lavori estivi della fienagione era molto diffuso il reciproco aiuto tra le famiglie, così pure quando nelle varie stalle doveva nascere un vitello o c'era qualche mucca ammalata. Mi ricordo che mio nonno ogni tanto dava alle mucche el mielasso (lo assaggiavo anch'io perché era dolcissimo...scuro..). Gli orti venivano recintati con laste e vecchie reti; i prati con reticolati.

LA POSSA

A Gomarolo non c'erano sorgenti d'acqua; esistevano numerose pozze create dagli abitanti nel corso dei secoli allo scopo di abbeverare il bestiame. L'acqua che contenevano era piovana.

La possa era "un mondo", dove la vita animale ed umana si intrecciavano con una intensità meravigliosa, fondendosi ed alimentandosi in perfetta naturalezza ed armonia. Per noi bambini e ragazzi, d'inverno la pozza ghiacciata era uno dei massimi luoghi di gioco e divertimento; naturalmente ghiacciava sempre in quanto gli inverni erano molto freddi e nevosi. Si prendeva la rincorsa e poi scivolavamo velocemente con le sgambre sul ghiaccio, creando anche delle piste. Capitava a volte che el giasso si rompesse e si finisse dentro fino ai denoci od anche più su! Non per vantarci, ma avevamo il nostro piccolo stadio del ghiaccio fuori casa! A volte il ghiaccio era così spesso che gli uomini faticavano a romperlo per cogliere l'acqua da portare in stalla per abbeverare le mucche. Pensate quale bene prezioso si è perso con la soppressione delle pozze.... Anch'esse, come i pozzi, ogni tanto venivano pulite a fondo; lo facevano gli uomini della contrà soprattutto in estate, quando l'acqua era bassa, usando badili e rastrelli per asportare l'eccesso di fango ed eventuali sassi o materiale estraneo. Anche questa operazione era per noi bambini un avvenimento spettacolare, come molti altri nella vita quotidiana; sembrava che fossimo tenuti al margine, invece quel poter osservare ed assistere ai riti ed attività contadine erano preziosi momenti di apprendimento, necessari per mantenere e tramandare tradizioni importanti instaurate nel tempo.

Intorno alla possa, punto d'incontro privilegiato di noi bambini, si svolgevano le più svariate attività, oltre naturalmente alla abbeveratura a turno delle mucche delle varie stalle della contrà; gli uomini e le donne vi sostavano per ciacolare di tutti i problemi quotidiani della vita del paese, dei morti, nati, disgrassie e...se ci fossero ancora qui le rane, i rospi e le ande di allora, chissà quanto altro avrebbero da raccontare....!

Ecco, il bello era che l'acqua della possa era molto abitata e ricca di vita; cosa di meglio per dei ragazzini che avevano per campo di gioco e palestra le valli ed i boschi, per casa le strade e i strodi, per giocattoli legni, bastoni, sassi, erba, foglie, terra e ogni altro ben di Dio! Insomma, era la natura ad offrire il necessario per trascorrere interminabili ore insieme, scatenando la fantasia nell'inventare qualcosa, costruire, giocare e...divertirsi. I maschi, con il loro istinto predatore, purtroppo avevano l'abitudine di cacciare qualsiasi essere vivente in movimento: rane, ande, cruti, rospi, raganele, lucertole (sixaorbole), salamandre, maggiolini, nidi di api e vespe, uccellini compresa la distruzione dei nidi pieni di uova... A tale scopo i predatori erano sempre armati di fionde, le tasche piene di sassi da usare come proiettili, picarane che loro stessi costruivano con abilità.

E nulla valeva la protesta di noi bambine che li supplicavamo di lasciar stare gli animali! la loro "crudeltà" era totalmente sorda; anche le mamme tentavano di dissuaderli, senza però troppa convinzione né argomentando alcunché. Comunque dai bordi della pozza i gruppetti dei nostri organizzavano le "campagne di guerra" della giornata e, dopo lunghe ed estenuanti trattative, partivano per le mete designate: altre posse, altre contrae, certi boschi...e spesso alla polveriera in cerca di munizioni (i ragi) , resti dello scoppio nella prima guerra mondiale, con cui poi avrebbero giocato a bruciare e scoppiare ed anche a far guerra con gruppi altrettanto belligeranti di altre contrae... che storie!!!

Durante l'estate gli alberi intorno alle pozze venivano invasi dalle raganelle verdi, che alla sera, con le rane e i cruti dela possa, intonavano altissimi cori con il loro gracidìo acuto; sommato ai concerti dei grilli nei prati si può quasi dire che era un vero frastuono...comunque una musica per le nostre orecchie ed anche una ninna nanna al momento di addormentarci. A proposito di raganelle verdi, capitò a mio fratello Piergiorgiodi volerne prenderne una in mano e, mentre la stava osservando, si beccò un potente schizzo di un liquido sugli occhi (legittima difesa dell'animaletto) tanto da farlo piangere sonoramente! con successiva sgridata materna abbinata a lavaggi con acqua, che hanno risolto il malaugurato episodio!!

Le posse che io ricordo in Comarolo si trovavano in queste contrae: Puji, Miosse, Visinsi (Bololo), Possa Nova, Jacomiti, Piassa, Fornari, Pulidi, Scaole, alla Possa Granda le due posse dei Baldi e dei Mali

EL POSSO (il pozzo)

Vi è capitato di vedere un pozzo, di quelli fatti per raccogliere l'acqua piovana dai tetti, necessaria per tutti gli usi domestici? A Gomarolo ce n'erano tantissimi, quasi tutte le famiglie ne avevano uno, tranne qualche caso in cui più famiglie ne usavano uno in comune. Non essendoci sorgenti, l'unica fonte d'acqua per uso alimentare e domestico erano quei pozzi, scavati dall'uomo sotto terra ed a cui erano collegate le grondaie delle case vicine; fuori terra avevano un'impalcatura di forme diverse, necessaria per raccogliere l'acqua con i secchi calati e tirati su a mano col sogato (una corda robusta) o con una catena avvolta ad una carrucola ruotata a mano.

Il pozzo di casa mia era fatto in pietra, rotondo, alto circa un metro e 20; tra una pietra e l'altrasi erano formate tante masserelle di muschio. La parte superiore era costituita da un grosso anello in pietra, alto circa 30 cm.con diametro esterno di 150 ed interno di 70 – 80 circa. Il foro interno era coperto da un coperchio realizzato con lamine di ferro intrecciate, incernierato alla pietra e che serviva per la sicurezza dei bambini. Ma il bello erano le incavature (due o tre) che si erano formate nel tempo con lo scorrimento del sogato a cui veniva appeso il secchio. Quelle scanellature a me piacevano tanto perché mi evocavano gli antenati e quanti secchi d'acqua erano stati tirati su da quel pozzo, che era stato costruito presumibilmente intorno al 1500 – 600. Normalmente si prelevavano due secchi d'acqua contemporaneamente e si portavano in casa utilizzando el bigòlo, un robusto legno ricurvo con alle estremità due ganci per appendervi i secchi e posizionato in bilico sul collo. In casa i secchi pieni venivano appesi ai ganci sopra el seciaro (lavello) e l'acqua necessaria si asportava col menestro (mestolo) adibito solo a quello scopo.

Dato che l'unica fonte d'acqua era la pioggia, poteva succedere che d'estate l'acqua dei pozzi (e delle pozze) scarseggiava, perciò bisognava fare enorme attenzione nei consumi. Nella mia infanzia non ricordo di totale siccità, ma mia mamma mi raccontava che nella sua gioventù era capitato che d'estate dovessero andare con le groje (piccoli carretti trainati a mano) e recipienti in Valpija (sulla strada per Laverda) dove c'era una sorgente a prendere acqua. Immaginatevi la fatica, con quei mezzi e quelle strade.

Io ho iniziato a 9 – 10 anni ad avere l'incarico di andare al pozzo; prima ho cominciato con un secchiello in alluminio e con le diecimila raccomandazioni di mia mamma di non guardare giù, di non sporgermi nel foro, di chiudere lo sportello...io feci tutto come di dovere tranne quello di non guardare giù! Immaginatevi, con la paura e l'attrazioneper vedere il fondo del pozzo se avrei resistito a non guardare giù... e quell'acqua scura, la profondità sconosciuta (non era poi così profondo, ma io non lo sapevo..), quell'eco sorda quando con la testa abbassata all'interno gridavo èèèè òòòòò ààààà ùùùùù....quanta emozione mi davano!

Quando l'acqua era piuttosto bassa, ogni tanto gli uomini scendevano con la scala a pioli per pulire il fondo dai depositi, muschio, animaletti, foglie ed a volte anche secchi scivolati dentro. Questa operazione serviva anche per ispezionare le pareti e la cupola per individuare eventuali cedimenti. Mi ricordo che scendeva sempre lo zio Piero, detto el cavreto, agile ed abile muratore... ; noi bambini lo ammiravamo molto per il suo coraggio e la sua bravura. Il nonno Mino gli faceva sempre da spalla!

Alcuni pozzi di altre contrae avevano un'impalcatura in ferro, con piccola copertura, che sosteneva il rullo su cui arrotolare la catena. Il principale di questi era quello della piazza e noi lo guardavamo con ammirazione...però a me piaceva il mio! Nella nostra contrà Jacomiti (poi ribattezzata Rizzoli) c'erano tre pozzi: il nostro, quello del Bepino e quello dei Mali, più una pozza per tutti ed anche per i S-cianfre e Pile.

EL TEMPO DEL FORMENTO E DEL SORGO

La scuola terminava verso la metà di giugno; dopo qualche giorno, quindi verso la fine del mese, arrivava l'ora di andare a sexolare el formento, su nelle "banche del Monte". Le banche erano dei campi rettangolari sostenuti da bassi muretti, ricavate ai confini del prato chiamato Monte, a ridosso del bosco che proseguiva verso i Bornèi, cioè la piccola contrada di Conco dove era collocato anche il Cimitero. Tra una banca e l'altra c'erano i "ardini", cioè bordi rinforzati con pietre; sulle banche mio nonno seminava frumento e granoturco (sorgo). Per noi la raccolta del frumento era un grande avvenimento poiché, legata al cereale, c'era la lavorazione della paglia per produrre la cosiddetta "cordèla".

Appena tagliato con la séxola e raccolto legandolo in grandi brassòi (fasci delle dimensioni delle due braccia unite insieme), il frumento si portava giù a casa caricandolo sulla schiena e si metteva in stalla, che era vuota in quanto le mucche erano in malga in montagna. Lì venivano svolte le varie fasi della lavorazione dei "fastughi", cioè gli steli delle spighe. Su due pali veniva montato un largo e grosso pettine in legno con denti in ferro, la chìja.; dall'alto in basso venivano passati i mazzi di spighe così da far rimanere appesi alla chìja piccoli mazzi di spighe chiamati spiguluni. Questi venivano tolti e legati alla base della spiga; terminata la spigolatura, i ciuffi venivano tagliati usando la falce posta in verticale e raccolti nei nissuli del fen; i mazzi formati dai gambi andavano riuniti in fasci più grandi, i massi, che riuniti a loro volta formavano un grandissimo masso chiamato "faja", legata per bene con paglia intrecciata.

In tutte queste operazioni i bambini erano utili per tenere, spostare, riunire...insomma un aiuto non di poco conto per i grandi.

Le spighe rimanevano in attesa di essere trebbiate dalla "machina del formento", la trebbiatrice, che arrivava dai paesi di pianura in luglio in un giorno prefissato e si fermava in varie poste di Gomarolo, lungo la strada. Per noi dei Jacomiti ed anche per i S-cianfre e Pile era giù vicino alla pozza, in strada. Lì tutte le famiglie che avevano raccolto il frumento portavano a turno i nissuli pieni di spighe dalla cui trebbiatura usciva il seme del frumento, che veniva raccolto in sacchi e consegnato ai proprietari; questi successivamente lo avrebbero portato ai mulini della pianura in cambio di denaro e/ o farina bianca.

La paglia che rimaneva era utilizzata per ricavare i "fastughi", cioè la parte pregiata del gambo di frumento che veniva lavorata per produrre la cordèla, cioè quella treccia fatta a mano da donne, uomini e bambini, poi venduta ai commercianti od ai produttori (anche del nostro paese) di cappelli, sporte, coperture di fiaschi, cestini ecc. La produzione e vendita della cordèla consentiva alle famiglie di avere un limitato ma importante introito per la sussistenza nella vita quotidiana.Su nelle banche il nonno Checo in autunno seminava anche el sorgo (granoturco); crescendo durante la primavera-estate faceva delle belle pannocchie ed in settembre-ottobre il nonno lo raccoglieva, con l'aiuto di mia mamma naturalmente. Lo portavano a casa mettendolo dentro ai nissuli del fen, staccavano le panoce e poi, un bel giorno, bisognava scartossare el sorgo, cioè levare i scartossi (le foglie) che avvolgevano i grani. Questo era un lavoro che si faceva in stalla o, a volte, anche in cucina della casa e che piaceva tanto a noi bambini. Oltre ad aiutare, infatti, ci divertivamo un mondo a saltare dentro al mucio de scartossi...mia mamma ci lasciava fare ma alla fine si doveva raccogliere tutto e portare nella staleta per farle seccare. Sarebbero poi servite, sia per fare el leto ale vache che per rifare el pajón del nono (cioè il suo materasso). Dei gambi del sorgo non mi ricordo quale uso ne facessero; le panoce invece dovevamo poi sgranarle una ad una e tutto il grano raccolto serviva come cibo per le galline. In periodi precedenti e soprattutto durante le guerre, quando il cibo scarseggiava, il sorgo lo portavano a macinare giù al mulino a Crosara o Marostica (non so dove di preciso) dove poi ritiravano la farina per la polenta. Che tempi!

LA PRODUZIONE DELLA CORDELA

Partiamo dalla "faja", cioè un enorme mazzo del diametro di circa 70-80 cm ed alto più o meno un metro, composto da circa 12-15 massi de paja ancora grezza. Un po' alla volta si doveva "discucare", cioè levare ad ogni gambo la guaina che rivestiva lo stelo "buono" per la lavorazione e che si chiamava "fastugo". Lo stacco avveniva in un punto del gambo in cui c'era un nodo; la parte della guaina non si gettava ma serviva come paglia per fare i agnari delle galline, coprire l'orto d'inverno ed altri piccoli usi.

A discucare ci si metteva all'aperto o, se faceva freddo, in stalla al pomeriggio; tutti lo facevamo, anche noi bambini che poi, alla fine, ci divertivamo a saltare e divertirci nel mucchio della paglia.

Terminato di discucare, le donne dovevano "tamixare" i fastughi, cioè farli passare in piccole quantità dai "tamìxi" (setacci) del "burcio" (contenitore in legno con bocca in ferro) in modo da suddividerli per diametro: fini, medi, grossi e raccoglierli in mazzi. Subito dopo li riponevano in una cassa di legno e ci mettevano dentro una gamèla (recipiente) contenente bronse (braci) su cui si spargeva un po' di polvere di solfro (zolfo). Questa operazione si chiamava "metre in solfro i fastughi" e serviva per sbiancarli; durava alcune ore a cassa chiusa, forse anche un giorno intero. Mi ricordo quell'odore forte ed irritante, insopportabile, che si sprigionava nell'ambiente; comunque veniva fatto in locali disabitati.

Ora i fastughi erano pronti per essere lavorati. Prima di cominciare, il mazzo doveva venire immerso per circa mezz'ora in acqua in modo che la paglia riprendesse morbidezza per la lavorazione. Quelli fini li lavoravano soprattutto le donne giovani e con le mani abili e minute; ne risultava una cordèla fine, molto piatta, pregiata...sembrava un ricamo. I fastughi medi li lavoravano un po' tutti mentre quelli grossi erano quasi esclusivamente utilizzati dagli uomini e naturalmente ne sortiva una cordèla grossa e robusta. Esistevano tre tipi di treccia: quella normale, fatta con sei fastughi, quella più larga fatta di otto; il bigòrdolo, fatto con sette fastughi che aveva al centro un cordoncino (assente nella cordèla normale).

Mentre si lavorava, il mazzo dei fastughi veniva tenuto sotto l'ascella, solitamente la sinistra. Si poteva lavorare ovunque, da seduti o camminando, in casa o in stalla, per strada o nei prati... insomma, le mani della gente in quei tempi non erano mai ferme.

Chi non produceva in proprio il frumento poteva acquistare i fastughi già pronti dagli altri che magari ne avevano in abbondanza. Mano a mano che si produceva, la cordèla doveva essere avvolta attorno al masso de fastughi per non sporcarla per terra; quando raggiungeva una dozzina di bracciate si tosava, cioè venivano tagliati i pezzetti di fastugo con le forbici sul rovescio della treccia, quelli rimasti nel punto di giunzione tra un fastugo terminato e quello che lo andava a sostituire. Dopo tosata veniva avvolta sul "brassolaro", un attrezzo in legno che serviva per formare "el paco"; questo si lasciava in posa per alcune ore, anche una notte, possibilmente vicino alla fornela o al camin, perché la cordèla si asciugasse e prendesse la giusta forma, dopodiché si toglieva dal brassolaro ed el paco era pronto per la vendita.

Vi erano persone dedite al commercio della cordèla (ricordo per es. el Luigi dei Russiti, la Mabile del Cunchele), che veniva ripagata con denaro o in natura (uvi o materiale da cucito..). Non ricordo il valore commerciale di un paco de cordèla; certamente sentivo dire che era davvero pocoretribuito considerando quanto lavoro occorreva per produrla (ma questo è un altro discorso!). Di sicuro la povertà era così tanta e diffusa che non c'era scelta...pur di sbarcare il lunario andava bene tutto.

Il mercato di questo prodotto era in parte a Marostica e Bassano, per poi prendere altre vie che non conosco; in parte destinato alla produzione locale di sporte, cappelli ecc., eseguito da donne che avevano appreso le tecniche della lavorazione. So che per produrre sporte a volte la cordèla doveva essere colorata, in varie tinte così da poter creare, durante la lavorazione, quei bei disegni e decori; non so però dove e come avvenisse la tintura.

Dagli anni '60 in poi la produzione della cordèla è rimasta una piccola attività quasi ricreativa da parte di alcune donne (come ad esempio mia mamma)che lavoravano per farsi fare poi le sporte dalla Rina dei Culpi (che era bravissima, l'unica che io ho conosciuto).

In casa nostra, lì a Gomarolo, abbiamo ancora tutto l'armamentario che si usava, dalla sexola alla chìja, dalla faja al paco ecc....chissà cosa ne sarà!

COMAROLO

era stato soprannominato, nei paesi vicini, "la picola Russia" per via di idee comuniste sostenute da qualcuno, e da qui i soranomi di Trosky e Scucimaro; il primo abitava nell'ultima contrà in fondo al paese, Turchia; il secondo nella contrà Trotti, verso Fontanelle. Forse ce n'erano altri ma io non me lo ricordo.

C'era moltissimo scambio tra persone, parenti o vicinato, nella conduzione delle attività quotidiane; la gente si incontrava per parlare di problemi comuni, della terra, degli animali, del tempo, dei figli; per scambiarsi consigli e informazioni relative alla vita comune. La solidarietà era un modo normale di vivere. Per esempio assistere i malati, vegliare i morti, sorvegliare i bambini che erano sempre fuori all'aperto, qualche commissione su a Conco come in farmacia o dal medico...Anche tra persone di diverse contrae c'era parecchio scambio, un po' più accentuato dalle parentele; comunque tutti si conoscevano e, nel bene o nel male, si sapeva tutto gli uni degli altri, spesso (ma non solo) anche per pettegolezzo...

QUANDO QUALCUNO MORIVA...

La maggior parte delle persone moriva in casa, perlopiù a causa di malattie e di vecchiaia; le donne della contrada si prestavano moltissimo ad aiutare nell'assistenza dei malati, che raramente venivano ricoverati in ospedale. Mi ricordo che c'era tanta partecipazione di tutti quando moriva qualcuno; le donne si prestavano a vestire el morto, che veniva tenuto in un angolo della casa e vegliato per almeno per due notti. La veja era un compito degli uomini: in due o tre, dandosi poi il cambio da una notte all'altra, restavano accanto alla bara per tutta la notte ed avevano a disposizione il vino oltre a qualcosa da mangiare. Fare la veja era una forma di rispetto sacro del momento della morte unita al desiderio della comunità di accompagnare il defunto. Il funerale si svolgeva con la processione su per il buale fino alla Chiesa di Conco, con gli uomini che portavano la bara sulle spalle, dandosi ogni tanto il cambio. Dopo la tumulazione al Cimitero, i portatori erano invitati all'osteria per bere qualcosa a spese della famiglia.

LE NASCITE

Noi bambini eravamo tenuti sempre all'oscuro dell'avvenimento della nascita di un bambino; se avessimo chiesto perché una donna aveva la pancia così grossa ci veniva risposto: taxi sito, cossa vutu savere tì de ste robe qua?... Perciò anche il momento della nascita era per noi un mistero, salvo che ad un certo punto vedevamo un bambino piccolo in più! Comunque i bambini nascevano in casa con l'aiuto dell'0stetrica e di altre donne del vicinato. Solamente verso gli anni '60, i parti cominciarono ad avvenire in ospedale. I neonati venivano fasciati dalla pancia fino ai piedi con le gambe diritte (e in tempi più remoti con dentro anche le braccia): la credenza era che così sarebbero cresciuti con gambe e braccia diritte (cose incredibili ma vere!). I bambini più grandi-celli si dovevano occupare dei più piccoli, portarli in giro tenendoli in braccio o facendoli camminare secondo l'età.

MURUXI E SPUXI

Non è che si potesse sapere granchè sui fidanzamenti e i matrimoni, su cui c'era tutto un alone di mistero; ne parlavano spesso le donne tra loro badando di non farsi sentire da noi bambini. Frasi come: el ghe sta drìo...i se gà assà...el fa sol serio...la ghe more drìo...speremo ch'el la spoxe...aahh, i se gà sistemà pulito....la spèta...erano quelle che a volte riuscivamo a captare. I muruxi erano sorvegliati speciali da parte di genitori, parenti e vicinato; avevano ben poche possibilità di starsene da soli o frequentarsi allo scopo di conoscersi un po' di più. I matrimoni si celebravano tutti in chiesa ed in maniera molto parca; c'era l'abitudine di andare a vedere gli sposi quando partivano dalla loro casa per andare su a Conco a piedi per sposarsi, accompagnati dai parenti. A me era capitato, all'età di 7 -8 anni, di dover recitare la poesia ad una sposa vicina di casa, che aveva un bel vestito bianco, il primo che ho visto nella mia vita. Fin dalla giovane età, le ragazze si preparavano la dote (il corredo) per il futuro matrimonio, ricamando lenzuola (spesso con le loro iniziali), federe, tovaglie, salviette e biancheria personale. Al moroxo invece spettava l'onere di preparare la futura abitazione degli sposi e l'arredo, spesso ricavati nella stessa casa paterna; era poi normale la coabitazione con la famiglia. Gli sposi diventavano nora e dendre (nuora e genero), i suoceri missiére e madòna. A quei tempi gli sposi, dopo la cerimonia, andavano a pranzo in trattoria con i compari (i testimoni), i parenti stretti e magari pochi amici intimi; il viaggio di nozze spesso era presso parenti (molti ne avevano in Piemonte, dove erano emigrati negli anni precedenti) e la visita a qualche città o Santuario in quei pressi.

I COMAROLATI avevano un forte senso di appartenenza alla frazione, oltre che alla propria contrà; come del resto succedeva per tutti gli abitanti delle altre frazioni e contrae del Comune e per quelli dello stesso Conco. Si mantenevano però rapporti di buon vicinato con tutti, anche perché spesso si intrecciavano parentele per via di matrimoni tra giovani di frazioni diverse. In quegli anni aumentarono però sensibilmente i matrimoni tra persone del posto e gente da via; iniziava infatti lo sviluppo industriale, il lavoro delle donne in fabbrica, lo studio dei ragazzi. L'emigrazione continuava, soprattutto quella stagionale verso il Piemonte e la Val d'Aosta...uomini che partivano a marzo e tornavano in novembre, lasciando alle donne che rimanevano al paese tutti i carichi della famiglia – bambini ed anziani- ,del lavoro della terra e della stalla. Anche per questo tra le donne vi era tanta solidarietà e reciproco aiuto. Il nonno ci raccontava che nei decenni precedenti, tanti uomini andavano a fare i lavori stagionali verso l'Austria (per es. a Lienz) attraversando le Alpi bellunesi e su per Cortina, a piedi e con carriola e badile, sia andare che tornare.

Gomarolo aveva due botteghe di alimentari, la cooperativa e la Rita; un tabachin, della Paola e del Lorenso; un Fotografo, el Dante Poli; un barbiere, el Dante del Pile; alcune osterie, dove gli uomini andavano per bere e giocare a carte, mora e...spesso molti ad ubriacarsi...C'erano i Bessega, i Russiti, el Bololo (dove si poteva anche ballare e c'era il campo delle bocce). Nei decenni precedenti ce n'erano molte di più.

Mi ricordo che fin da piccola mia mamma mi mandava a prendere el pan fresco dó in botega co la sporta de paja; el pan era quello de la Ninona de Conco e lo faceva me santolo Archimede, che lo portava giù a piedi dal Buale al mattino,dentro al sacco, ancora caldo e profumato...Prendevo 7-8 ciope, corni, mantoane, poi mi faceva prendere medo eto de conserva, che la Rosa metteva dentro un scartosseto de carta velina, magari medo chilo de sucro, dentro ala "carta da sucro", tante volte la farina giala, quela bianca, el riso.. anca un chilo (sempre siolti, cioè sfusi, dentro al scartosso), la semola par le galine, l'olio (si portava la bottiglia vuota che veniva riempita), qualche volta un cartoccino di marmellata, raramente qualche biscotto secco (per quando eravamo ammalati, e ce lo dava con un velo di marmellata sopra...ricordo come ci piaceva essere ammalati!!). La Rosa de la Coperativa segnava sul libretto per poi pagare un conto unico alla fine del mese.

Ogni venerdì passava el pessaro col suo furgoncino e una volta alla settimana el Cucio de Molvena che vendeva frutta; dapprima veniva col musso e poi si era comprato l'ape e si annunciava gridando: fighi, bela ua, femeneee! fu sostituito dal Morto, che aveva un camioncino e teneva un po' di tutto (con il boom economico!!). Ogni tanto passava el strassaro che gridava: strasse, ossi, fero vecio, pele de conejo...el strassarooooo; per pochi soldi in cambio faceva una sorta di raccolta indifferenziata. Poi passava anche l'ombrelaro, el mistro che riparava le pentole. Comunque per tante riparazioni ci si arrangiava per lo più in casa. C'era sempre qualcuno della famiglia che aveva più ingegno e, riciclandoporte, vetri, finestre, assi, spaghi, reti e reticolati, coppi, sassi, legni e tronchi e l'ausilio di qualche attrezzo: martèlo, ciòi, tanàja, la massa, la mola, la sega, el segheto...riusciva a riparare la casa, la stala, la groja e anca sistemare i urti, far su i pajari. In casa mia il nonno aveva una grossa mola in pietra con la quale affilava coltelli e forbici; mio papà aveva tutto il necessario per fare piccole riparazioni alle scarpe come cuciture e tacchi (aveva anche la forma in ferro), mentre se erano le suole si andava dal scarparo in Conco, di solito dal Nani Pegola (che mi ricordi io). Aveva anche la macchinetta per tosare i capelli; era un bravo costruttore di trappole per topi. Mia mamma sapeva rammendare bene, attaccare le pesse ale braghe; poi mio papà le ha regalato la macchina da cucire Vigorelli e con quella riparava lenzuola, federe, ricavava salviette e asciuga piatti. Sapeva fare le calze di lana per gli uomini con 4 ferri. In paese la maggior parte delle donne sapeva rammendare in casa, alcune erano sarte e lavoravano parecchio perché non era ancora arrivato il pronto moda. Lo zio Piero era capace ed attrezzato per riparazioni e costruzioni edilizie ed un po' anche di falegnameria.

Per tutte le altre necessità dovevamo andare su a Conco a piedi dal Buale: dal Dottore, in farmacia, in macelleria, dal scarparo, alla merceria, alle funzioni religiose della domenica pomeriggio e nelle festività importanti, a catechismo. Giù nella nostra chiesetta avevamo la Messa tutte le domeniche mattina. Anche i funerali si facevano a Conco, e i Morti venivano portati a spalle dagli uomini robusti sempre dal buale! Quando venivano le grandi nevicate facevano diversi gruppi e, dandosi il cambio, lo pulivano tutto, perché la gente non aveva scelta; è vero, passava la corriera due volte al giorno, ma la si prendeva solo per andare al mercà de Marostega o a Bassano per visite mediche, non certo per andare su a Conco. Alla domenica, dopo il catechismo, noi bambini andavamo dalla Botegona, che aveva un negozietto di dolci lì in piazza, a prenderci dei dolcetti con 10 lire della mancia del nonno: erano un bastoncino o 'na rodeléta de liquirissia, 'na carobola, le sirèle o le mentine o i anicini, el gelatìn finto...e d'estate, dal Cirilo, magari un gelatìn vero da 15 in cono! E mentre tornavamo a casa pianpiano giù per il Buale, mangiando more o stropaculi o perèle, ci consolavamo anche con quei deliziosi dolcetti.

LA SCOLA

In paese la Scuola era quell'edificio che c'è tuttora in piazza, a fianco della Chiesa; aveva due aule, una al pianoterra per le prime tre classi ed una al primo piano per la quarta e la quinta. In quegli anni le maestre erano due (mentre gli anni precedenti una sola per tutte le classi ,mi raccontava la nonna) ed i bambini frequentavano tutti fino alla quinta elementare (salvo rari casi). Lì a Gomarolo venivano a scuola anche i bambini delle contrae Colpi e, forse, Cunchele. A me facevano un po' pena perché avevano tanta strada da fare (per fortuna che allora le cartelle pesavano molto meno di quelle odierne!). Le aule d'inverno erano riscaldate con una stufa a legna, ma per lo più pativamo il freddo, e l'unico modo per riscaldarsi era correre e giocare fuori davanti alla scuola durante la ricreazione. Nella scuola c'era il gabinetto alla turca, che a noi bambini sembrava così bello, dato che a casa nostra il "servizio igienico" era il cesso in legno dietro nel prato....

I banchi erano in legno, da due posti, con il piano inclinato, la scanellatura per la penna, il calamaio con l'inchiostro. Nella piccola cartella (altro che gli enormi zaini odierni!) tenevamo un quaderno a righe e uno a quadretti con la carta assorbente per l'inchiostro, un libro di lettura e, dalla quarta, il sussidiario; un astuccio in tela per la matita, la gomma, i pennini con el canociale (porta pennini), l'asciugapennini, 6 piccoli pastelli colorati. Noi bambine portavamo il grembiulino nero, mentre i maschietti la giubba nera; tutti con il colletto bianco, disperazione delle mamme per via delle in-numerevoli macchie di inchiostro ben visibili e così difficili da smacchiare... come le dita d'altronde! I compiti a casa erano solitamente pochi e li facevamo in gran fretta per poi uscire a giocare.

LA CEXA

La chiesetta che ricordo io aveva il soffitto in legno con travi ed assi e con l'altare semplicissimo che dava le spalle alla navata; i banchi e le sedie pieni di tarli; il pavimento in larghe pietre di marmo rosa, che d'inverno sembrava un frigorifero. Il campanile era più piccolo di quello attuale, ma la campanella sempre così argentina nelle sue chiamate!

A quei tempi la vita delle persone nel paese era molto scandita dai riti religiosi; erano rari coloro che non frequentavano la chiesa e per lo più erano additati come "retici o comunisti", gente da cui era meglio stare alla larga, anche se poi, in pratica, erano brave persone e magari migliori di molti che erano sempre tacai ale cotole del Prete. Chiunque assumesse una certa laicità o esprimesse critiche al sistema o si permettesse comportamenti discosti dai dettami religiosi, era bollato. In casa mia eravamo molto religiosi, ma con apertura di idee in campo politico e sempre critici nei confronti dell'integralismo di qualsiasi natura. Comunque si pregava in casa e partecipavamo a tutte le funzioni sia in frazione che a Conco andando su dal Buale, a volte anche per due o tre volte nello stesso giorno! Nella nostra chiesetta andavamo al Rosario nel mese di maggio e di ottobre; andare alla Messa nelle mattine d'inverno era un vero supplizio...noi bambine eravamo vestite con la gonna e le calze lunghe di lana tenute su con gli elastici appesi alla fanèla con due bottoni; purtroppo il freddo andava su par le culate, che in alto rimanevano scoperte! Comunque eravamo contenti..che bei canti intonati da me santola Nei...Mira il tuo popolo, E' l'ora che pia, Dell'aurora tu sorgi più bella...era tutto un risuonare di voci di uomini, donne e bambini..canti che univano e..scaldavano il cuore.

Lo zio Piero mi raccontava che dove ora c'è la Chiesa, un tempo c'era un Capitello, all'interno di un terreno di proprietà del bisnonno Piero. Nel 1919 fu deciso di costruire una chiesetta; lui fece un lascito, chiedendo in cambio di essere esonerato da ulteriori oboli. Dopo il 1960 la chiesetta ebbe una piccola ristrutturazione creando il soffitto in cartongesso e alzando il campanile; inoltre fu sostituita la piccola campanella con una un po' più grande (quella che è stata utilizzata fino all'ottobre 2013).

Il canto era una delle belle abitudini di quei tempi: oltre che in Chiesa, si cantava in casa, nei prati e nei boschi. In casa mia l'appassionato di musica e canto era mio papà, che sapeva anche suonare la spineta e l'ocarina, strumenti che gli avevano regalato suoi compagni di lavoro abruzzesi quando era in Val d'Aosta nei lavori stagionali. Alla sera d'inverno cantavamo sempre in casa prima di andare a dormire, canzoni di guerra, di emigrazione, canti popolari del nostro Veneto. Ricordo che bello era prima di Natale quando alla sera dopo cena passavano i ragazzi e le ragazze più grandi a cantare la Stela...che emozione!

IN CASA

Avevamo la fornela a legna coi sèrci, che serviva sia per riscaldare la cucina che per fare da mangiare (il fornello a gas arrivò negli anni '60). Si accendeva alla mattina presto e si lasciava spenta per due – tre ore nel pomeriggio; poi si riaccendeva (c'erano dentro ancora le braci) nel pomeriggio fino a sera dopo cena, quando si andava a letto. D'inverno, verso sera, si prendevano le bronse che si erano formate nel pomeriggio e si mettevano dentro alla fogara o al scaldaletto, due contenitori usati per scaldare i letti; la fogara era in ferro, una specie di elmo capovolto: sotto c'era cenere, in mezzo le braci e sopra altra cenere, più la croce fatta con la paletta sopra la cenere (per scongiurare il pericolo di incendi); lo scaldaletto era in rame con il coperchio, la preparazione era la stessa della fogara . Si lasciavano per mezz'oretta lì a terra davanti alla fornela per farli purgare (a volte dalle braci poteva schizzare fuori qualche scintilla, con pericolo di incendio se fossero stati già nei letti). Dopodichè si portavano in camera; la fogara dentro alla monega infilata tra le lenzuola del letto e con i guanciali appoggiati sul copriletto per scaldarli anch'essi e tenere raccolto il calore, mentre lo scaldaletto per le cune dei bambini. Mi ricordo che bella sensazione quando ci si infilava sotto le coperte, quel caldo asciutto era proprio una delizia (le camere ovviamente non erano riscaldate).

Nella fornela c'era dentro la vasca per l'acqua che serviva per tanti usi, compreso quello di "fare el seciaro", cioè lavare i piatti nel secchiaio.: prendevamo l'acqua calda (sia in estate che in inverno) con il mestolo stretto, come detersivo usavamo el soldame, cioè una polvere abrasiva estratta dalle cave in Vallonara, che si comperava in botega a scartossiti; per risciacquarli prendevamo col menestro l'acqua dai secchi appesi sopra el seciaro, che si riempivano dal pozzo.Una curiosità che riguarda el soldame: quando passava in su il camion che portava el soldame su nelle segherie de Conco noi bambini gli correvamo dietro per raccogliere quel po' di polvere che cadeva fuori dalle fessure del cassone e lo portavamo a casa, con grande gioia delle nostre mamme che così risparmiavano di comperarlo. Inoltre i bambini maschi si aggrappavano dietro al camion facendosi trasportare per un bel pezzo lungo la strada che va ai Culpi...era proprio un bel divertimento! noi bambine non avevamo il coraggio di farlo...

Quando si doveva fare il bucato, l'acqua calda della vasca della fornela non bastava e perciò si metteva a bollire una pentola apposta piena d'acqua, al bollore le si faceva sciogliere dentro la lisciva, una polvere sbiancante e si versava il tutto sopra le lenzuola dentro al mestèlo de legno (successivamente sono arrivati quelli in metallo e, a seguire, in plastica), premendo per bene e lasciando in ammollo per un'oretta. Dopodichè si passava a lavare con sapone solido usando la brega in legno appoggiata sui manici del mestèlo. Terminato il lavaggio facevamo due risciacqui con acqua pulita fredda che andavamo a prendere al pozzo. La lissia (cioè il bucato grande) si faceva circa una volta ogni 15 giorni, d'inverno in casa a causa del freddo e d'estate ovviamente all'aperto. Poi c'era il bucato delle robe scure, per il quale non si usava la lisciva ma solo il sapone e naturalmente l'acqua calda. I detersivi sono arrivati per la prima volta negli anni '60 (e questa è un'altra storia). Il bucato si stendeva fuori anche d'inverno; naturalmente alla sera raccoglievamo le robe stese irrigidite dal freddo, insomma ghiacciate, però questo faceva sì che una volta in casa, intorno alla fornela, finissero di asciugare più rapidamente. E mi ricordo il profumo di pulito che avevano le robe lavate!! La fornela era dotata anche di un piccolo forno, molto utile in casa: mia mamma ci faceva cuocere i pumi quasi tutte le sere d'inverno, la torta de mas-cio, i biscoti lunghi, la pinsa. (che bona!!)

Quando abitavamo nella casa del nonno, gli anni prima, oltre alla fornela c'era il camino, che tirava molto bene e si accendeva spesso d'inverno ed era molto utile per far brustolare la polenta e le groste de formajo o le fetèle de salame, impaelare le castegne, far bójere l'aqua pal mas-cio o par le galine, far la polenta col caliero de rame, scaldare el late par fare la cajà...Noi bambini d'inverno, quando eravamo in casa, stavamo quasi sempre davanti al camino acceso, a giocare con legnetti, sassi e robette così...

La polenta era la regina della tavola, quasi non passava giorno che mia mamma non la facesse. Il caliero era molto grande e lo appoggiava al foro creato sulla piastra della fornela levando alcuni serci; dopo versata la farina nell'acqua bollente la doveva mescolare per almeno medoreta con la mescola de legno, prima di versarla sol panaro de legno...a me piaceva tantissimo l'odorino di bruciato delle groste! Al mattino la colazione era polentalate, a pranzo si mangiava con il formaggio o con la marmellata spalmata leggermente sopra la fetta, alla sera ancora con formajo, uvi e nella minestra; alla domenica a volte con la carne in umido. Le groste che rimanevano nel caliero erano una leccornia; mio papàle toglieva con estrema pazienza e le distribuiva un po' a tutti. Poi la mamma metteva dentro l'acqua per ammorbidire il fondo e , se rimaneva qualcosa, le dava alle galline.

L'ACQUA.

Nel nostro paese, come un po' in tutto l'altopiano, non ci sono sorgenti o sono rarissime, dato il terreno carsico che lascia penetrare tutta l'acqua piovana negli strati profondi delle montagne per poi fuoriuscire in pianura e precisamente nelle grotte e Boche de Oliero, vicino a Valstagna in Valsugana ed andare a gettarsi nel Brenta (el Brenta nol sarìa el Brenta se le Boche de Oliero non le ghe desse na spenta). Noi perciò l'acqua la vedevamo scorrere soltanto in occasione di grandi piogge e particolarmente degli acquazzoni estivi (e se ne verificavano molti), durante i quali la pioggia abbondante si raccoglieva da tutte le piccole valli laterali, confluendo nella valle principale del paese, solitamente asciutta.

Quando "che la vale coreva" era una vera festa per noi bambini, che passavamo ore ed ore a giocare lungo lo scorrere dell'acqua color marrone... Volevamo vedere cosa portava giù..rami, foglie, sassi più grossi, a volte qualche oggetto di casa che la gente abitante più a monte gettava via nei periodi di secca (abitudine diffusa tra la gente in quegli anni - trare dó intela vale – oggi diremmo in discarica! – tanto dopo l'aqua porta via...).

L'acqua usata nel seciaro delle abitazioni usciva dal muro tramite "el buxo del seciaro" e raccolta all'esterno da un secchio appoggiato per terra, svuotato ogni volta che si riempiva. Sia quest'acqua che tutta quella sporcata dagli usi di casa veniva gettata "dó pal coréjo", un fosso scavato a terra che c'era a lato di tutti i strodi vicini alle case e di tutte le strade.

In quei tempi non c'era certo l'acquedotto, perciò l'acqua che avevamo a disposizione era poca e preziosa; fare il bagno era una rarità...Mia mamma ce lo faceva fare dentro al mestèlo davanti alla stufa o al camin. Ma in via normale, la me lavava a tochi col caìn e i pìe co la vascheta, a cui seguiva il cambio della biancheria, una volta alla settimana. Ma non passava una mattina senza che ci lavassimo per bene la faccia e le mani con aqua e saón. Per i denti, invece, spazzolino e dentifricio, erano ancora di là da venire!

Normalmente c'erano le pulci, sia nel corpo che nei letti...Il problema era riuscire a prenderle (erano abilissime saltatrici) e schiacciarle (erano molto coriacee e bisognava premerle tra due unghie). Inoltre in testa spesso c'erano i pidocchi...Mia mamma ci controllava tutti i giorni e, se ne trovava, ci passava con cotone imbevuto di petrolio, oltre a levare con le dita le uova attaccate ai capelli e bruciarle. Gli altri parassiti che spesso infestavano l'intestino di noi bambini erano gli elminti (ascaridi e ossiuri) per i quali la mamma ci dava la vermolina, uno sciroppo molto disgustoso, ed a volte i cioccolatini pai vermi. Poi spesso ci faceva prendere l'olio di ricino, non so bene per-ché...Dicevano che avevamo bisogno di purgarci...E quando succedeva, la poverina doveva ingaggiare una lotta all'ultimo sangue con mio fratello, che non voleva sottoporsi a quel supplizio (ed aveva ragione!); però alla fine lo mandava giù fra pianti e con l'urto del vomito – questo anch'io! Dopo ci faceva prendere un po' di zucchero e limone, a mò di caramella, per consolarci un pochino. Oppure ci raccontava la storia dello spazzacamino che, poverino, non avendo mamma e papà, doveva andare a pulire i camini per guadagnarsi un pezzo di pane (e questo racconto commovente faceva regolarmente piangere mio fratello, che si dimenticava così dell'olio di ricino). Successivamente, come lassativo è comparsa la "magnesia", una polvere bianca che, sciolta in acqua faceva il frizzante ed aveva un buon sapore...quella sì speravamo che arrivasse presto il giorno di prenderla!

Tra i lavori domesticila stiratura degli indumenti era uno dei lavori meno frequenti; infatti si stirava pochissimo: i fazzoletti, qualche rara camicia della festa, i centrini e poco più. Si usava il fero da stiro con le bronse, ma stando attente a metterle raccolte altrimenti potevano fuoriuscire dai fori alla base del ferro e bruciare gli indumenti. Normalmente la biancheria lavata veniva stesa con gran cura e poi piegata e pressata usando la forza e l'abilità delle mani.

In casa spesso avevamo i topi, che venivano a cercare cibo. Per questo quasi tutte le famiglie tenevano un gatto; mio nonno aveva una gatta bianca e nera, vissuta vent'anni; era bravissima da topi, ma cacciava anche ogni altro animaletto dei prati od uccellini. Mio papà invece, essendo proiettato nel futuro, credeva di più nella tecnologia e perciò era specializzato nel costruire e posizionare le trappole per topi, con frequente e molto soddisfacente successo!!

D'estate tenevamo sempre in cucina el ciapamosche, la striscia di colla appesa sopra il tavolo, ben piena delle malcapitate, estremamente numerose in quei tempi data la presenza diffusa di stalle, letamai, cessi all'aperto e quant'altro. Oltre a ciò, mia mamma al pomeriggio, prima di andare in stalla, spruzzava il ddt in cucina; al nostro rientro dovevamo raccogliere le mosche morte cadute sul pavimento o sul tavolo. Non c'erano invece le zanzare...proprio non si sapeva cosa fossero dalle nostre parti, se non viste sui libri di scuola come insetti presenti ai tropici.

Nel 1953 o 54 abbiamo comperato la radio, una Phonola, presa dal Bortolina; era bella, in legno e l'avevano messa sopra alla cassa alta della farina; la corrente elettrica era arrivata qualche anno prima, ma io non ricordo quando. L'arrivo della radio fu un balzo enorme nella vita quotidiana: eravamo sempre informati sugli avvenimenti importanti della vita italiana ed anche un po' internazionale. Mi ricordo infatti quando seguivamo l'invasione sovietica in Ungheria. Si ascoltavano principalmente i giornali radio, ma anche un po' di musica quando la trasmettevano. Verso gli anni '60 nelle due osterie, Russiti e Bololo, arrivò la televisione: noi bambini a volte andavamo a vedere Rintintin, Zorro, qualche cartone animato....ed era per noi un evento molto atteso.

Ogni famiglia possedeva un gabinetto, chiamato cesso, situato all'esterno della casa, solitamente un po' discosto dalla stessa. Il nostro era dietro, sotto i brombari, successivamente spostato sul retro della stalla, a livello del fienile. Il cesso era una baracchetta in legno con il tetto in lamiera arrugginita ed uno sportello; all'interno la base era in assi di legno con al centro un foro abbastanza largo di diametro; il "sotto" era una buca scavata nella terra che fungeva da fossa biologica (forse era per quello che i brumbi venivano così grossi e dolci!). Comunque in quei tempi la gente faceva normalmente i propri bisogni in giro, soto le siexe, drio i pajari, anche lungo i strodi...e non era raro finirci sopra con una scarpa! Già si era abituati a fare i conti con gli escrementi di galline, mucche ed anche qualche musso o cavallo...che erano un po' ovunque nei cortili e sentieri; la gente però si dava da fare per raccogliere sempre tutto subito perché quella merce era preziosa per gli orti e i campi! E la carta igienica? beh, anche quella era molto "nature": le foglie fresche, specialmente quelle di noxelaro o agro, che erano belle larghe erano le preferite. Comunque all'interno del gabinetto c'era un chiodo dove a volte la mamma appendeva qualche pezzetto di carta da zucchero, se ne avanzava dalla cucina. In inverno, quando nevicava abbondante, al mattino presto gli uomini toglievano subito la neve dal strodo per andare al gabinetto e poi, ogni 2 -3 ore ripassavano con la pala o la scopa..io sentivo, mentre ero ancora a letto, quei rumori ovattati, tipici delle nevicate e...mi precipitavo fuori dal letto per seguire lo spettacolo infagottata nello scialle di mia mamma! Vedevo così anche mio nonno che portava con la carriola il luame nel luamaro dietro alla stalla, dopo che aveva pulito e rifatto "el leto ale vache".Da piccola, mi ricordo che mi soffermavo spesso a lungo a guardare giù nella buca del nostro gabinetto... si sa che da piccoli tutto quanto fa spettacolo, vermai compresi! In camera si usavano i bocai, cioè i vasi da notte, che poi al mattino mia mamma vuotava nel gabinetto e lavava per bene. Capitava che alcune donne avessero l'abitudine di svuotarli dalla finestra posteriore della casa...succedeva un po' di tutto, insomma!

EL MESE DEI MORTI E DELE PIEGORE

E' novembre. Che mese magico, severo ma dolce.. Se vado a raccogliere i frammenti dell'infanzia , quanto mi emoziona questo mese...Comincia con i Morti, i Morti e quei Morti portavano i vivi, nel senso che ai Morti tornavano a casa mio papà e lo zio Piero dai lontani lavori stagionali. Noi andavamo giù in piazza alla fermata della corriera, loro scendevano con quelle valige s-gionfe...un baxéto e via a casa, con la mia manina attaccata alla maniglia della valixa... Se non era l'uno, era il due o il tre, ma a volte anche forse il 31 ottobre se non ricordo male. Qualche volta capitava che durante il viaggio di ritorno passassero dalla casa dei miei zii in Piemonte, a Portula di Vercelli, dove prendevano dei pacchi di indumenti diventati piccoli ai nostri cugini e che servivano per me e mio fratello. Loro erano più benestanti perché i genitori lavoravano in fabbrica e per noi una vera fortuna usare tutti i loro vestiti, ancora così belli! Gli uomini che facevano gli stagionali, durante l'inverno avevano diritto ala disocupasión: andavano all'ufficio de colocamento su a Conco dal Nani Munari e così percepivano una paga ridotta per i mesi in cui non erano via a lavorare.

Prima dei Morti, ricordo che andavo con mia mamma al Cimitero a sistemare le tombe delle nonne, morte entrambe qualche anno prima; Maria, nonna paterna e Caterina nonna materna. Erano collocate entrambe nella parte a sud-ovest del Cimitero (cioè entrando in fondo a sinistra). La nonna Maria aveva una semplice croce di legno, nonna Catina una piccola lapide con inciso il nome e le date di nascita e morte. Noi sistemavamo per bene la terra e poi mettevamo i fiori che mia mamma coltivava appositamente in estate, dei bei crisantemi color violetto chiaro; poi una candela ed il santino preso al Cimitero per fare un'offerta. Andare al Cimitero, da bambina era per me una grande gioia; insieme a mia mamma visitavamo tutte le tombe o i loculi di tanti parenti e conoscenti, sempre pregando per le loro anime. Io li conoscevo tutti a memoria, alcuni li avevo conosciuti dal vero, altri no, in quanto erano morti prima che io nascessi o quando ero troppo piccola per ricordarmeli. Vedere tutti quei nomi o, a volte, quei volti che mi fissavano, mi dava un senso di pace.

I primi giorni di novembre, o verso metà mese, era anche il periodo delle piegore, cioè del passaggio delle greggi di pecore dai monti alla pianura. I pastori avevano l'abitudine di fermarsi almeno una notte nel prato dell'Augusto, su dai Visinsi (Bololo), mentre durante il giorno facevano fare al gregge il giro dei vari prati de Comarolo per farlo pascolare. Noi bambini seguivamo il passaggio del gregge da un prato all'altro per poter raccogliere tutti i biòcoli (batuffoli) di lana che rimanevano impigliati nei reticolati, per poi correre a portarli a casa alle nostre mamme che li tenevano via per farli cardare ed usare per cuscini, guanciali, trapunte, materassi...uniti a vecchi indumenti o coperte in lana debitamente macinati.

Alla sera le pecore venivano radunate nel prato che dicevo e con esse gli asini al seguito, necessari per portare tutti gli attrezzi dei pastori ed anche gli agnellini appena nati durante la transumanza. Io ricordo che alla sera, quando si era fatto buio, uscivo di casa ed ascoltavo tutti i "rumori" del gregge: qualche belato, voci dei pastori, l'abbaiare dei cani, qualche campanellino...come mi piaceva e mi emozionava! Ed al mattino seguente, dato che mi alzavo sempre molto presto, guardavo subito fuori dalla finestra e vedevo che il gregge era ancora lì, quasi immobile ma già con qualche accenno al risveglio, specialmente i becchi... Infine, con calma, verso le 7,30 – 8, i pastori si incamminavano con tutto il loro seguito per proseguire verso la pianura. Il giorno magico delle pecore era passato...ed il fruscio di quel bianco torrente ondeggiante se ne andava verso luoghi lontani e per me sconosciuti....

Con l'arrivo delle piegore, ogni anno c'era il rito del "castrado", cioè i pastori macellavano qualche animale castrato ed ingrassato per venderlo alla gente del posto. Anche mia mamma andava sempre su dal Bololo a prenderne un pezzo, che cucinava bollito il giorno dopo. Io lo mangiavo, ma un po' di malincuore perché, seppur piccola, sapevo che era una pecora....In compenso erano molto contenti nonno, zio e papà perché era una carne veramente saporita e tenera, oltre che rara.

FIORI DI DICEMBRE

Avevo tra i 4 e i 10 anni. Come potrei dimenticare quelle mattine d'inverno? Io ero abituata a svegliarmi presto, intorno alle 6, subito dopo che mio nonno era già in stalla per pulire, dare il fieno e mungere le mucche. Anche mia mamma a quell'ora si era alzata e doveva impissare la fornela ed aiutare il nonno. Allora io mi mettevo al suo posto nel letto e chiedevo a mio papà di raccontarmi una storia. Di solito lui mi raccontava quella del lupo e la volpe o quella della tita tata e tita tela. A me piacevano tantissimo quelle storie, non mi stufavo mai di farmele raccontare. Ogni tanto dovevo dare una spintarella a mio papà perché, mentre raccontava, a volte si riaddormentava! Terminato di sentire le storie mi alzavo dal letto per andare giù in cucina, ma prima di scendere, mi piaceva guardare fuori dalla finestra, soprattutto per vedere se aveva nevicato. Spesso però i vetri erano totalmente ricoperti dai fiuri de giasso, per via del gran freddo esterno che contrastava con l'umidità interna della camera. Quel velo di ghiaccio era un vero decoro, con meravigliose forme di fiori ed arabeschi...quanto mi piaceva...mi divertivo a toccarlo col ditino o a soffiare l'alito caldo vicino al vetro, così che si formavano dei piccoli varchi dai quali io potevo vedere fuori. E qualche volta, meraviglia!! tutto era imbiancato da un soffice mantello nevoso e spesso la neve continuava ancora a cadere.

IL PERIODO NATALIZIO, LA NEVE...

Il mese di dicembre era sempre molto freddo, la neve cadeva spesso e rimaneva a lungo, sommata nei successivi strati. In certe notti di luna piena, con il cielo così nitido e tappezzato di stelle luminosissime e di tante dimensioni, uscendo di casa, ai brividi sulla pelle si aggiungeva l'emozione intensa per quella meraviglia di firmamento. Guardavi per terra e vedevi chiaro quasi come di giorno, anzi più chiaro che in certe giornate grigie e nebbiose. Durante il giorno, in dicembre si alternavano giornate belle e soleggiate, seppure comunque sempre molto fredde, ad altre umide ed uggiose; cose da far desiderare solamente di ripararsi in stalla, al tepore delle mucche. Quando invece stava per arrivare la neve, il cielo si faceva scuro, l'aria secca e pungente, sembrava che la natura trattenesse il respiro e si fermasse in una misteriosa attesa, creando la percezione di un clima surreale. Le galline se ne stavano rincantucciate, una addosso all'altra, in un angolo del cortivo, anch'esse in attesa, come delle passeggere che aspettano il treno... E se gli uomini guardavano in su, verso il cielo in direzione de Montagna Nova, era certo che esclamassero: riva la neve! Con la giacca di tutti i giorni appoggiata sulle spalle, sembrava non riuscissero a vincere una forza, che qualcosa li costringesse a tralasciare i loro lavori quotidiani, almeno per un po'... Insomma, la neve era come una regina e, quando stava per arrivare, pretendeva che i suoi sudditi le prestassero la debita attenzione...Con le grandi nevicate, a noi bambini alla mattina piaceva uscire presto per andare a vedere le peche (orme) degli animali dietro nel prato..sapevamo distinguere quelle della volpe (una zampetta dietro all'altra, bene in fila) da quelle dei gatti (spaiate)...che emozione! Peccato che a volte mio fratello dovesse andare a servire Messa delle sei e mezza su a Conco, perché era chierichetto: partiva di corsa su per il buale e in chiesa il Parroco, don Luigi Cappellari, a volte gli tirava su la testa per i capelli altrimenti si addormentava in ginocchio mentre serviva la Messa in latino...

Le donne spesso brontolavano, perché sapevano che poi avrebbero dovuto fare i conti con mille disagi; uno dei più importanti era quello dei bambini che andavano a slittare e, tornando a casa bagnati fradici, mettevano a dura prova le povere mamme che dovevano far asciugare alla svelta i vestiti accanto a stufe e camini. Infatti il cambio doveva servire per quando gli indumenti erano proprio sporchi. Per non parlare delle polmoniti e broncopolmoniti con febbroni da cavallo che spesso capitavano, specialmente a mio fratello, che una volta ha rischiato di soccombere se non fosse per la penicillina appena arrivata dall'America e che il dottor Burul gli aveva procurato...

Ad essere davvero contenti quando arrivava la neve eravamo invece noi bambini, che esultanti correvamo in su e in giù per la contrà gridando di gioia riva la neveee...riva la neveee. Per noi era il terreno di gioco dei 3 – 4 mesi invernali; soprattutto andavamo nel pomeriggio dopo la scuola sul prato chiamato la Basseta, vicino a casa nostra, su al ponte. Ognuno aveva una slitta, di solito bassa per le bambine ed alta (slito) per i maschi; erano in legno, fatte per lo più in casa dagli uomini, che sempre avevano un minimo di attrezzatura da falegname. Per noi era lo zio Piero, che era molto ingegnoso e sapeva costruire e riparare tante cose, oltre ad essere una bravissimo muratore. Io e mio fratello eravamo fra i fortunati che avevano sempre le slitte a posto e spesso le prestavamo ad altri che non le avevano od erano più sgangherate; certo che avevamo anche tanta paura che ce le rovinassero e perciò le prestavamo solo a quelli meno scalmanati.

La Basseta era il prato ideale: un lungo tratto in discesa, dapprima dolce poi più irta ed in fondo un lungo tratto pianeggiante che terminava con una ulteriore discesa fino alla "vale". Sulla pista eravamo così in tanti che noi bambine rischiavamo continuamente di venire travolte dai ragazzi più grandi che scendevano a palla con i loro sliti, testa in avanti e pancia in giù per farsi vedere più bravi ed andare più veloci. Pomeriggi interi, finchè non sentivamo la voce della mamma (e ce l'aveva bella acuta!!) che sul far della sera ci chiamava a casa....Tornati, lasciavamo le slitte fuori casa, davanti alla porta ed il mattino seguente trovavamo lo spago congelato ed i pezzi di ghiaccio sotto ed intorno ai ferri... Nelle sere nevose d'inverno, dopo cena, sentivamo grattare alla porta...era Bobi, il cane dei Mali, che veniva a cercare qualcosa da mangiare; poi, durante la notte, abbaiava con il verso del lupo, che si diceva del lovo, e faceva tanta paura a noi bambini che pensavamo fosse davvero il lupo!bau..bau...bauuuuuuuuuuuuuuuuuuuu

La sera prima di Natale passavano "i tuxi dela Stela"; un bel gruppo di ragazzi e ragazze sui 15-20 anni, che girava di stalla in stalla e di casa in casa e, stando fuori dalla porta, cantava una nenia natalizia (di solito "questa note è nato in tera.."). Terminato il canto aspettavano che qualcuno uscisse per fare loro un'offerta; se non usciva nessuno, uno del gruppo entrava e, con il pretesto di fare gli auguri di natale, esitava un po' nella speranza che l'obolo arrivasse... Capitava che alcune famiglie troppo povere o forse solo un po' tirchie, quando sentivano avvicinarsi i tuxi dela Stela spegnessero il lume ed andassero a letto per non dover fare l'offerta!. Con il ricavato, il gruppo si trovava successivamente in casa di qualcuno di loro per consumare insieme una cenetta.

Comunque era abitudine che nelle stalle o nelle case, nelle sere sotto natale tutti cantassero la Stela e le altre canzoni natalizie come "Xè qua la nova stela", "L'unico figlio", "Questa note è nato in tera.."

Nella mia famiglia, come in quasi tutte le altre del paese, non c'era l'abitudine di fare il presepio o l'albero di natale; c'era la povertà assoluta. Il presepio, e solo quello, molto grande, veniva fatto in chiesa sia a Conco che a Gomarolo; per allestirlo vi partecipavano tante persone di tutte le età, ai ragazzi veniva chiesto di andare per boschi a raccogliere il muschio. Poi, verso gli anni '60, sono comparse nei negozi (a Conco dal Tabachin e dala Leonora) le prime statuine in gesso ed i primi addobbi come palline e punte per l'albero; così anch'io, con i miei piccoli risparmi domenicali di tutto l'anno (le piccole mance domenicali di 5 o 10 lire che mi dava mio nonno) ho comperato qualche statuina ed alcune palline decorative più la punta e il filo d'argento. Dal bosco mio papà mi portava un piccolo abete, mentre il muschio lo andavamo a raccogliere io e la mia cugina Mariangela.

Ricordo l'enorme emozione della prima volta quando avevo sui 7-8 anni: ho fatto la capannina con dei legni a mò di tenda e sopra misi una cometa che avevo fatto con cartoncino dipinto di giallo. Sull'alberello misi tanti batuffolini di cotone per fare la neve, le candeline con la molletta, qualche mandarino e le poche palline in vetro molto belle e decorate, più la punta sempre in vetro.

A natale non si usava celebrare la Messa di mezzanotte; credo che questa usanza sia iniziata intorno agli anni '70. Andavamo invece alla Messa di Gomarolo alle 8, nella piccola gelida chiesa. Gli uomini si coprivano per bene col tabaro (grande mantello) ed il cappello intesta, le donne con lunghe e pesanti gonne, scialle e fazzoletto in testa; i bambini erano i meno coperti, e si vedeva dal color violaceo del viso, delle mani e delle gambe...infatti i maschietti portavano anche d'inverno i pantaloni corti e le bambine solamente le gonne. Purtroppo le lunghe calze di lana (che perdipiù pungeva!!) non sempre coprivano tutte le gambette...la vita era così!

Nel pomeriggio andavamo alle funzioni nella chiesa parrocchiale su a Conco; quanta gente, anche molto anziana, si vedeva salire faticosamente da quel lungo ed irto sentiero del buale! In genere si andava per gruppi, secondo l'appartenenza della contrà: i Fornari, i Puvole, i Pulidi, i Jacomiti, i Miosse; quelli delle contrae minori si aggregavano all'una o all'altra secondo le simpatie e le età. Le funzioni pomeridiane erano riti composti di canti e preghiere, non erano obbligatorie (come invece la Messa), però ci andavano tantissimi, specialmente donne e giovani. Dopo le funzioni, alla domenica i bambini e ragazzi dovevano andare al catechismo e imparare la dottrina cristiana. Se si era bravi, alla fine dell'anno il prete ci portava in gita gratis presso un Santuario: Madonna di Monte Berico, S.Antonio da Padova, Madonna del Caravaggio, dell'Olmo. Come pure era obbligatorio mettere in Comunione i bambini all'età di 6 anni ed alla Cresima a 12 anni.

Il pranzo del giorno di natale era tanto buono quanto atteso! Mia mamma teneva ben nutrito uno dei suoi galli ed il giorno della vigilia il poveretto cantava il suo ultimo chicchirichì. Di solito era mio papà che gli tirava il collo, poi insieme preparavano il necessario per la spennatura: acqua bollente in una pentola per immergerlo, poi togliere pene e penoti, svuotarlo dalle interiora ed infine passarlo sulla fiamma per bruciacchiare la peluria rimasta. Lo appendevano per le zampe per far scendere tutto il sangue nella testa, poi il papà lo tagliava a pezzi e così finiva in padella in umido; mia mamma per portarsi avanti, cominciava la cottura già la sera prima, così il giorno di natale doveva solo finire e fare la polenta e fagioli. C'era da leccarsi i baffi per quanto era buono!! anche mio nonno, che i baffi li aveva per davvero, aveva un'espressione proprio soddisfatta mentre leccava gli ossi e le dita...la mamma era proprio una brava cuoca!! A mio papà spettava di rito la testa, tutta bella piena di sangue cotto e con il cervello, che regolarmente mi faceva assaggiare ritenendolo un vero bocconcino, ma che nessuno voleva, anzi agli altri faceva schifo. Io, per farmi vedere più brava, anche se mi faceva un po' impressione, vedendo mio papà che lo apprezzava così tanto, invogliata spalancavo la bocca e facevo un'espressione entusiastica per far capire quanto era buono!

RIVA L'ULTIMO!

Erano tanti i giorni delle vacanze natalizie, quindi tanto giocare ma anche tanto aiutare di più il nonno in stalla, mio papà per sistemare la legna che tagliava con lo zio Piero, mia mamma che aveva sempre tanto da fare ed io le ero utilissima in mille servizietti. In parte giocava il fatto che nelle feste il nonno era più generoso del solito nel darci la mancetta....Le 5 o 10 lire solite della domenica potevano diventare anche 20 o 30 a Natale, Capodanno e la Befana.

C'era l'usanza che i bambini alla mattina del primo dell'anno, dopo la Messa, auguravano a grandi ed anziani : "auguri bona fine e bon prinsipio"! (dicevano che fosse di buon auspicio). Qualcuno di essi rispondeva semplicemente "grassie", ma la maggior parte tirava fuori una monetina dalla scarsela e così ci faceva felici! Bisognava quindi giocare d'anticipo per essere i primi ad augurare a più persone possibile e sperare di ricavare un sostanzioso gruzzoletto! L'unico che non voleva mai andare in giro a fare gli auguri era mio fratello che, essendo molto timido, si vergognava..quel macaco!

Naturalmente non c'era l'abitudine di festeggiare la mezzanotte dell'ultimo dell'anno, tantomeno con botti e fuochi (neanche si sapeva cosa fossero)! Mi ricordo che un ultimo, alla sera dopo cena, mio papà uscì a spandre aqua prima di andare a dormire...prima di rientrare mi chiama: vien fora a sentire...Mi metto el siale in testa e corro fuori...Scolta! dal bosco soto i Caxèi, illuminato da una brillante luna, si sentiva distinto il verso dell'allocco che risuonava in tutta la valle, ogni tanto ripetuto... Un po' mi impauriva e un po' mi attraeva quel gu-gu-gu-guuuuu che rompeva il misterioso silenzio della vallata.

LA BEFANA

Ma il culmine nell'attesa delle feste era il giorno dell'Epifania. Da un punto di vista religioso era una festa come le altre, con la Messa alla mattina e le Funzioni a Conco nel pomeriggio. Per noi bambini però, che mai ricevevamo regali durante l'anno, quello era il giorno magico.

Qualche giorno prima del 6 gennaio passava tra le contrade una persona camuffata da vecchia Befana, vestia de strassuni, con la scopa in mano e sulla schiena un derlo pien de strasse. Noi bambini la seguivamo drio i strodi, ridendo e chiamandola, a volte gli scalmanati le tiravano anche sassi: in questo caso però lei si voltava rincorrendoli minacciosamente e brandendo la scopa! Seguendola cantavamo : la Befana vien de note, co le scarpe tute rote, col capelo a la romana...viva viva la Befanaaaa

Alla sera del 5, appendevamo le calze sul camino e poi via ...a letto presto. Al mattino seguente ci svegliavamo prestissimo e ...giù di corsa dalle scale per vedere se era passata di notte ed avesse riempito le calze. Il primo anno le avevamo trovate vuote...che delusione! ma dopo Messa arrivarono di corsa la Lina e l'Angela dei S-cianfre per dirci che la Befana era in ritardo e di nasconderci perché stava venendo giù dalla Costa....Subito siamo saliti in camera, nascondendoci in parte al letto...mio fratello era impaurito al punto di piangere ed io lo consolavo dicendo che la Befana era buona e ci avrebbe portato i dolci...Infatti, dopo un po', mia mamma ci chiamò dicendoci di scendere che era passata...Infatti le calze non erano più vuote... Che emozione vedere quelle calze gonfie e gibbute! dentro c'erano mandarini, datteri, fichi, noci e nocciole, un scartoseto de sirele (piccoli zuccherini tondi e piatti), dei bastoncini di liquirizia, qualche caramella e i "ciocolatini pai vermi" (i vermifughi, per farci purgare gli elminti dall'intestino). Tutto ciò a noi sembrava un grande tesoro e consumavamo un po' alla volta (per giorni e giorni) quel bendidio. All'età di 7-8 anni la Befana cominciò ad essere meno povera e, nel corso degli anni,ci lasciò anche qualche giocattolo: a me una lavagnetta con i gessetti colorati, a mio fratello un cavallino che muoveva le zampe scendendo da solo su un piano inclinato, un astuccio in legno per la scuola, una spineta... Finalmente potevo realizzare il sogno di fare la maestra, con l'unica alunna che era mia cugina Mariangela. L'anno successivo mi portò una bambola, vera, la prima (e l'unica) della mia vita (prima me le faceva mia mamma con un po' di stoffa). Dentro alla pancia aveva un meccanismo per cui voltandola sotto-sopra faceva il verso ma-ma! pensate che meraviglia! ed aveva anche un bel vestiti-no...Peccato che un brutto giorno mio fratello l'abbia aperta per vedere come faceva a chiamare mama!!

CARNEVALE

L'arrivo del carnevale era una vera festa per noi bambini! Ogni tanto, dopo la scuola, ci mettevamo d'accordo par vestirse in maschera nel pomeriggio; arrivati a casa, ci facevamo dare dalle nostre mamme qualche vestito brutto, vecchio, rotto, anche dei nostri nonni o nonne...e ci vestivamo da mascri (mascheri). Sul viso mettevamo una piccola maschera fatta in cartone ed un elastico, che copriva gli occhi. Poi prendevamo un subieto (fischietto) e magari un vecchio coperchio ed un legno per battere a mò di tamburello. Ci trovavamo con il gruppo giù in piazza e da lì partivamo per fare tutto il giro del paese e delle contrae, cantando a gridando viva el carnevale. Le nostre mamme intanto, a casa preparavano le fritole o i grustuli, una vera delizia per la nostra merenda, quando tornavamo affamati dal lungo giro de la mascherà!!

CIAMARE MARSO

Il rito di andare a chiamare marzo era un grande appuntamento per noi bambini; l'ultimo di febbraio, tornati da scuola, ci preparavamo con le campanele ed i campanacci (usati per le mucche quando andavano al pascolo) e, sempre in gruppo, facevamo il giro di tutte le contrae suonando a tutto spiano e gridando riva marsooooo...riva marsoooo.

PASQUA

Era una festività sacra molto sentita dalla gente e la partecipazione alle funzioni celebrate nel periodo pasquale era veramente impressionante, anche di uomini. Durante la quaresima andavamo alla Via Crucis ogni venerdì nella nostra chiesetta. Si vedeva dalle espressioni dei volti quanta commozione suscitava in noi tutti quel rito drammatico. Io mi ricordo anche il dolore alle ginocchia per dover stare così a lungo inginocchiata sul banco duro...ma era un sacrificio che si doveva fare. Nel pomeriggio del venerdì santo la via Crucis veniva celebrata nella chiesa parrocchiale di Conco in forma più solenne, mentre alla sera c'era la processione all'aperto con una partecipazione davvero straordinaria. Partendo dalla chiesa, recitando preghiere e canti, si andava verso Conco de sora e da lì si poteva ammirare la gigantesca Croce realizzata dagli abitanti della contrà Costa mediante centinaia di piccoli ceri deposti su un prato; si diceva che i ceri erano ricavati utilizzando i gusci vuoti delle lumache... Poi si ritornava in Chiesa e, con il bacio al Cristo deposto dalla Croce, terminava il rito. Noi di Gomarolo scendevamo dal Buale per tornare a casa, al buio, cantando inni sacri e commentando la commovente celebrazione.

Una delle cose più belle che facevamo a Pasqua era quella di colorare le uova; mia mamma le faceva bollire, poi noi bambini le dipingevamo con scenette di pulcini, fiori, campanelle e prati verdi... Un altro modo di fare le uova di pasqua era quello di farle cuocere in acqua colorata, ottenuta facendo bollire insieme alle uova uno straccetto di colore vivace, cosicchè il guscio prendeva lo stesso colore ed a noi bambini piacevano tanto..ci sembrava che dentro fossero più buone!! Non esistevano di certo le uova di cioccolato...

A Pasqua un dolce tipico erano i bussulà, dalla forma di cerchietti fatti con una pasta dolce, molto caratteristica; li comperava mia mamma dalla Ninona, in casa non li abbiamo mai fatti.

PRIMAVERA

La primavera ci coglieva di sorpresa con certe tiepide giornate che prendevano il posto dei freddi rigori invernali. Noi ce ne accorgevamo perché, tornando dalla scuola verso mezzogiorno, sentivamo la voglia di toglierci il più alla svelta possibile il grembiule nero e la giubba... E non c'era verso che la mamma riuscisse a farci mettere lo scialle o la maglia di lana allorchè, dopo il veloce pranzo, uscivamo precipitosamente per giocare! Dato che i nostri giochi si facevano sempre all'aperto lungo strade, sentieri e prati, ecco che con i primi tepori ci si spingeva sempre più lontano dalla contrà, andando per gruppetti lungo le strette valli che c'erano tra una fila di prati e l'altra. Qui ci attendevano delle meravigliose sorprese: lungo tutti i fianchi della vale ci apparivano grandi macchie di primule gialle o tappeti di viole; più avanti nella stagione sbocciavano anche i fiorellini bianchi chiamati pan e late, che noi mangiavamo per il loro sapore gradevole e leggermente dolce...Le valli erano suggestive in quanto ai loro fianchi emergevano le grosse radici delle siepi o degli alberi piantati più in là, nel prato: le loro forme strane e contorte ci evocavano strani animali o serpenti o addirittura personaggi fantastici e suggestivi del bosco come strìe, maghi e gnomi... Accadde che un pomareto belo drito nel prà del Menegolo una mattina fu trovato pendente dalle radici in su a 45 gradi...dicevano che fosse stato el Sanguanelo, ma sembra che fosse stato per davvero un tasso...comunque, anche storto. ha continuato a fare pumìti.

Quanti oxeliti si sentivano cantare tra i rami, ancora semispogli ma con già le gemme o le piccole foglioline fresche e verdi! I loro cinguettìi si intrecciavano con le voci di noi bambini formando un coro spontaneo e molto allegro. Comunque ci prendeva una frenesia incontenibile, una voglia di correre, ruzzolare nell'erba da poco spuntata e fare le schiravoltole lungo i lievi pendìi dei prati...facevamo a gara tra chi riusciva a farne di più senza fermarsi o capitombolare di lato. Noi bambine ci soffermavamo a raccogliere grandi mazzi di viole e primule da portare poi alle nostre mamme. I maschietti volevano dare sfoggio della loro forza ed agilità scalando le pareti più ripide della valle, aggrappandosi alle radici od ai rami lungo i sassi che emergevano dalla terra umida e un po' franosa; ma niente li fermava, anche se spesso l'impresa finiva con rovinosi scivoloni ed ammaccature o graffi un po' dappertutto. E vi lascio immaginare com'erano conciati i loro vestiti quando tornavano a casa alla sera...povere mamme, che in quella stagione erano così prese dal lavoro negli orti, dalla raccolta nei prati della cicoria (radici de can) e da tutti i lavori domestici o della stalla. La raccolta dei radici era veramente tanto diffusa; crescevano nei prati in primavera ed era una verdura preziosa e molto salutare. Con un coltellino si staccava il ciuffo alla base, lasciando sotto terra la radice; le donne li mettevanonella gaia e, dopo una buona ripulita dalla terra e dalle foglioline brutte, li facevano bollire in acqua e si mangiavano insieme alle uova sode.

Nel mese di maggio la vita scoppiava e noi bambini eravamo frementi di giocare, perciò la scuola ci stava davvero stretta...Comunque alla sera, dopo il Rosario in Chiesa, al quale partecipavano praticamente tutti, noi giocavamo fino a tardi in strada a bandiera, oppure nei prati a trentunaio nascondendoci soprattutto drio ai marèi (i cumuli di erba tagliata durante il giorno e lasciata nel prato per poi spanderla il giorno seguente, farla seccare e portarla nel fienile). I maschi giocavano spesso anche a guerra, con i finti fucili ricavati dai rami; noi bambine preferivamo inseguire le lucciole, che in quei tempi alla sera erano davvero tantissime!

IL SILENZIO

Una cosa che ricordo con fortissima intensità è il silenzio in cui eravamo immersi nella nostra vallata e che permetteva di percepire tutti i rumori e suoni della natura, degli animali, della gente. Dalle case, dai curtivi,dalle stale, dai prai, dai buschi, insomma ovunque, ogni voce o suono rimbalzava da una parte all'altra della grande conca, facendoci sentire mai soli! Io sentivo el picón de me pupà su nell'orto quando preparava la terra per piantare le patate; la falce di mio nonno su nel Monte mentre segava l'erba; le voci dei gruppi di bambini che giravano in lungo e in largo nei loro giochi; le voci delle mamme quando li sgridavano, delle donne quando chiamavano su le galline, della gente che girava per prati e boschi, magari cantando o saludandose, in cerca di qualcosa da portare a casa; la catena al collo delle mucche in stalla; la poiana che avvistava qualche preda; i galli che cantavano o le galline che screcolavano; un camion rarissimo che veniva su da in fondo al paese; i passi di mia mamma che tornava dal pozzo con due secchi d'acqua appesi al bigolo sulle spalle. Voci di donne che ciarlavano nelle contrae vicine, degli uomini che si confrontavano sui problemi quotidiani della stalla o del lavoro nei campi... D'inverno, nel silenzio profondo ed ovattato della neve che scendeva abbondante, i leggeri cinguettìi di qualche bitusso (pettirosso) o sélega (passerotto) in cerca di briciole o semi; di notte, il verso dell'allocco su nei buschi dei Bornèi e le sgnaolade dei gatti in calore. In primavera, fuori o dietro casa, una miriade di versi di uccelli; frotte di rondini raccolte sui fili che al mattino mi davano la sveglia; il toc toc toc del martelo che battevano gli uomini sola piantola per affilare la falce. D'estate, durante i pomeriggi assolati, il gracidare ciarlone delle rane nella pozza, ed ogni tanto uno scialacquio: i loro salti fuor d'acqua per acciuffare mosche, insetti, barbarane (libellule); l'acqua che correva nella valle dopo un grande acquazzone. E la sera, all'arrivo del buio, il brusìo dei maggiolini che volavano frenetici tra gli alberi, il frastuono delle raganelle verdi sulle piante ed i cori di mille grilli tra l'erba dei prati...

LE FEMENE

Le donne anziane si pettinavano quasi tutte con il "cocón"; i capelli, rigorosamente lunghi, venivano pettinati in trecce, poi arrotolate alla base della nuca e fissate con le forcine in osso tanto da formare una "rosetta" molto decorativa. Poi, sulla testa portavano un fazzoletto legato dietro alla nuca, solitamente nero; nere erano anche le vesti, specialmente per le donne più anziane. Le cotole erano lunghe ed arricciate in vita, la traversa ampia con grandi scarsèle dove tenerci, oltre al fassoleto da naso, anche cose utili come le forbexe o qualche tocheto de spago o un spilo, il tutto necessario alla vita quotidiana. Non ultima la corona del Rosario, sempre in mano od appesa alla vita. Con il freddo usavano uno scialle di lana sulle spalle. Inutile dire che tutti gli indumenti venivano fatti a mano o, se andava bene, con la macchina per cucito che qualcuna aveva la fortuna di possedere e saper usare. Tipica nel paese era la figura della sarta, che confezionava indumenti a pagamento; io ho conosciuto la Ema dei Pissìni, la Leonora (cugina di mia mamma) e la Laura dei Culpi (dalla quale anch'io andai all'età di 12-13 anni per imparare). Fondamentale era il riciclo; ogni indumento che si stava consumando serviva per qualche altro uso. Per esempio: vestiti per bambini, pesse da braghe, pesse da pìe, da un vestito una camicetta, da un lenzuolo delle federe e tanto altro. Ogni donna in casa aveva la scatola dei butuni, delle fetuce, dei astici e tanti pezzi di stoffa avanzati nuovi od usati, oltre naturalmente al cestino del rammendo; si rappessava tutto, finchè proprio non fosse più possibile recuperare ed allora si vendeva al strassaro oppure, se era lana, si faceva macinare dal materassaio per fare cuscini, trapunte ed altro. Cosa sono le pesse da pìe? aah, non lo sapete? Erano i pezzi di tela (ex lenzuola o camicie) con cui gli uomini si avvolgevano i piedi prima di infilarli negli scarponi e lo scopo era quello di consumare meno le calze, assorbire il sudore, fare da cuscinetto e quindi prevenire eventuali spellature molto dolorose, specialmente quando gli scarponi erano nuovi e non ancora adattati al piede. Le scarpe, le sgambre e, soprattutto i scarpuni da omo, in quei tempi venivano fatte dai scarpari , che naturalmente le riparavano anche mettendo tacchi, suole e lucidandole per bene. In Conco ce n'erano almeno tre o quattro; che ricordo io, perché ci andavo sempre, era il Nani Pegola (pegola=pece), tanto bravo e con la moglie Italia che mi faceva tanta festa. Le donne avevano anche il compito di tener pulite e lucidate le scarpe, specie quelle della festa; anch'io dall'età di 9-10 anni ho incominciato a prendermi cura di tutte le scarpe della famiglia, una volta alla settimana, il lunedì. Le scarpe belle duravano anche una vita intera, se ben tenute. Per tutti i giorni le donne usavano i sopèi, i bambini le sgambre cole broche soto (per non consumare la sola), fatte in legno e pelle. Le bambine si vestivano sempre con le gonne al ginocchio (di pantaloni non se ne poteva nemmeno parlare!), mentre le ragazze avevano le gonne a metà polpaccio e sopra dei golfini o camicette fatti a mano. Pressochè tutte sapevano lavorare a ferri e molte anche ad uncinetto; da adolescenti cominciavano a prepararsi la dote, cioè il corredo per poi sposarsi. Per questo ricamavano a mano le lenzuola e le federe, tovaglie e tovaglioli, asciugamani e salviette, camicie da notte e biancheria intima, centri per tavola e soprammobili. I tessuti erano venduti nelle botteghe delle stoffe e nelle mercerie. Le mamme e le nonne si premuravano molto ad insegnare i segreti della vita domestica alle loro figlie e nipoti, le quali non si sottraevano certo all'addestramento, tanto era ambito il raggiungimento del matrimonio e non si doveva assolutamente fare brutta figura con le future suocere!

I PUARITI

Nel nostro paese vivevano persone molto povere, indigenti, che abitavano in case estremamente disagiate. I vicini di casa o i parenti a volte erano disponibili a prestare un po' di aiuto, ma non sempre; infatti la povertà era molto diffusa, le guerre avevano dissestato il tessuto sociale e familiare, con le nefaste conseguenze che ne derivarono. Io ricordo una donna, la Ice, che abitava in fondo a Gomarolo, in Turchia, credo da sola. Viveva di carità ed infatti ogni settimana faceva il giro delle contrae ; si metteva davanti alla porta e cominciava a pregare con la corona in mano, inginocchiata per terra. Da noi di solito passava intorno a mezzogiorno, l'ora in cui eravamo a tavola. Puntualmente mia mamma le portava fuori un po' di cibo: se era minestra la mangiava lì (non entrava mai in casa) seduta su una sedia che le portavamo fuori; se era polenta e formaggio o uova se li portava via dentro a grandi tasche del grembiule tutto rappezzato. Si allontanava ringraziando con delle frasi incomprensibili e continuando con le sue giaculatorie, tutta curva e vestita di nero, compreso un gran fazzoletto in testa e tenendo ben saldi in mano bastone e fagotti vari. A me faceva un po' soggezione, ma soprattutto un po' pena. La gente non la vedeva di buon occhio e molti la ritenevano furba; però in casa mia preferivano darle un po' di aiuto senza pensare male. Mi faceva rabbia sapere che certi ragazzi insolenti la seguivano per strada insultandola e sbeffeggiandola.

Ricordo anche un altro uomo, el Santo Capa, che viveva un po' emarginato e deriso da alcune persone malevole; però di lui non so niente a riguardo della sua condizione disagiata.

I SIGAGNI

Da Gomarolo ogni tanto passavano in su le carovane degli zingari, trainate da cavalli e coperte da teloni stracciosi. Quando succedeva questo, era tutto un passaparola dall'inizio alla fine del paese, per dare l'allarme...xè qua i singani!! tuxiti, scapè casa che riva i sigagni e i porta via i putèi... Noi bambini eravamo terrorizzati da questo avvenimento e ci nascondevamo letteralmente in casa, però guardando da dietro le tendine della finestra per vedere lo spettacolo... Ed effettivamente era uno spettacolo! si vedevano questi carri grandi e dondolanti preceduti e seguiti da uomini, donne e bambini con vestiti bizzarri, i capelli arruffati, che si guardavano in giro e spesso tentavano anche di imboccare qualche sentiero che portava alle case....al che gli uomini di casa uscivano tenendo in mano un grosso bastone ed andando verso l'intruso, che si voltava tornando sui suoi passi. Non so dove fossero diretti, di solito passavano in su e mai in giù.

COME VENIVANO CHIAMATI...

I GIORNI: luni, marti, mèrcore, dobia, vénere, sabo, domenega

I MESI:genaro, febraro, marso, aprile, magio, giugno, lulio, agosto, setembre, otobre, novembre, dicembre

I SOLDI : schèi; la moneta corrente era la lira italiana, ma la chiamavamo franchi. sinque franchi, diexe, vinti, sinquanta, sento, doxento...sinquesento, mile, dumila, sinquemila, diexemila, sinquantamila, sentomila, un milion..

I NUMERI: uno, du (femminile dò), tri (femm. tre), quatro, sinque, sie, sète, oto, nove, diexe, ùndexe, dódexe, trèdexe, quatordexe, quindexe, sédexe, dirsète, disdòto, disnove, vinti; trenta, quaranta, sinquanta, sesanta, setanta, otanta, novanta, sénto, doxento, trexento, quatrosento, sinquesento, siesento, setesento, otosento, novesento, mile....dumila.....

I COETANEI che io ricordo (a partire da quelli che avevano qualche anno in più – 1945-46, fino a quelli con qualche anno in meno – 1950-53)

Piero Pile, Gino del Vitorio, Luciano di Culpi, Cesco del Tesse, Mario Conèjo, Roberto dela Carla, Walter di Bessega, Giulia dei Bessega, Gianmatteo di Culpi, Ferrero e Angelica del Scuncimaro, Sergio Candèle, Annamaria e Enzo de l'Angonese, Aurora del Scalabrìn, Gabriela de la Neta de l'Omero, Lidia Bololo, Jose dei Otavji, Giuliano de l'Anolfi, Piergiorgio dei Comare, Ermes del Candèle, Gianbattista grande dei Puji, Lina del Vitorio, Antonietta del Tesse, Ottavino de la Ema, Marisa dela Pista, Feni dela Ines del Scalabrin, Giani Pèche, Giantonio del Bololo, Ermerino del Bololo, Devi Candèle, Gianbattista picolo, Giandomenico di Mali, Mariangela dei Visìnsi, Giana de l'Angonese, Armanda e Lucio del Valentìn, Dina del Bololo, Norma dela Jasinta del Vitorio, Loris dei Mali, Aldo dela Ema dei Otavji.

Con essi abbiamo condiviso scuola, giochi, litigi e tutto ciò che si fa da piccoli...

'NA CIACOLADA

Io ero sempre molto curiosa di ascoltare le ciacolade tra femene! Me ne ricordo certe...come questa, ad esempio, tra mia mamma e la santola Catina dei S-cianfre, che erano molto amiche.

bondì comare Catina...cossa situ drio fare?

on ovo de tajadèle, par parare via el disnare

aah...mi gò tolto do-tre sardèle e farò i spaghiti, chì ghe piaxe a me pare e anca ai tuxiti. Xèle via to toxe?

le xè 'ndae par castegne...ma co le torna le gà la lissia da fare, parchè mì un có a vojo tamixare

xei vegnisti bei bianchi i fastughi int'el solfro?

aah fiola, 'na maraveja! a simo a posto par tuto l'inverno par via de la cordela e del bigòrdolo...

e me compare Nicola, xelo 'ncora int'el Monte par foja?

no no, lè tornà e desso lè drio sistemare la legna vecia, parchè sta stimana che vien i scuminsia tajare

'ndoe, oltra sol Buste?

si si, ghi né de bele piante da tajare...dopo lè dacordo col Malo ch'el ghe le porta casa col cavalo

aah, speto anca mì me omo, presto...lè qua a jorni e dopo, fiola, insieme a me fradelo, bixòn che i se meta de lena cola legna anca luri, oltra pal Buste e pal Pissarèche. I dixe ch'el vegnarà fredo st'inverno, no te ghè visto quante noxèle!

eeh cara mia, lè longo...longo. E i tó tuxi xèi scola?

si si, ma un có li mando anca mi su int'el Monte par castegne, che st'ano le ghi nà fato!! e bèle!! eeh, ma 'l toxo bisognarà ch'el ghe daga 'na man a so nono co le vache..s'el ciaparà fogo!?....

e tì no te vè mia sol Monte?

a 'ndarò anca mì sì, a catare un puchi de pumi; e su pal prà del Toti magari podarìa eserghe anca prataruli e ciuìni...ma prima a gò un poche de robe da rapessare. Cossa vutu comare...no xè mai finìo... vijntu dó al Rosario stasera?

si si, vignìmo anca naltre...ben desso 'ndemo..co te volarè vegnere filò qua in stala...

un có no, te gò dito che so ciapà, ma doman magari podarsi che càpite...grassie comare!

MODI DI DIRE IN DIALETTO DI GOMAROLO - CONCO (VI)

- 'ndare dó de man : non tenere il percorso giusto lungo una strada o sentiero

- 'ndare in giro de striossón : fare una vita vagabonda e poco "morale"

- 'ól d'ón càn (espressione che significa : figlio di un cane, usata verso qualcuno con cui si è adirati, è molto dispregiativo)

- 'sto mexe che vién (il mese prossimo)

- ...El culo del can : quando si vuol dare una risposta volgare; una replica irritata ad una domanda a cui non si voleva rispondere

- ...la scantina...: quando un'apparecchiatura inizia a dare segni di malfunzionamento; anche quando una persona comincia a cambiare comportamento (da virtuoso in peggio)

- A bon rendre! : ricambierò il favore che mi hai fatto

- A ghe gò dà rento : ce l'ho messa tutta per fare presto

- A ghe gò dito su! (l'ho rimproverato)

- A gò ciapà rénto (mi sono inciampato es. in un sasso; opp mi sono impigliato in qualcosa ed anche ho sbattuto contro q.cosa)

- A gò fato propio on bel sonéto (ho fatto un bel sonnellino)

- A gò fàto tuto da mimisólo (ho fatto tutto da solo)

- A gò la pisaróla... (vado di continuo a fare pipì)

- A gò le gambe che fa jaco (mi cedono le gambe, solitam.per stanchezza)

- A mi no m'in va e no m'in vien (io non ci guadagno né rimetto)

- A so 'ndà da mimisóla (sono andata per conto mio)

- A so bela e bona de dirghene quatro... : sono capace di sgridarli se occorre

- A so restà co le man in man

- A so stràca mòrta! (sono stanchissima)

- A te parécio le cóe de sixaòrbola ... (lo diceva la mamma ironicamente al bambino quando non voleva mangiare quello che lei aveva preparato)

- A vò a spandre aqua (vado a fare pipì)

- A vojo sercarlo : voglio assaggiarlo (un cibo); in questo caso sercare è sinonimo di assaggiare cioè sajàre

- Aah vècia...Aah fiólo.. Aah pa l'amór didìo... aah Mariavèrgine.. aah Marìasantìsima...aah Signòrebenedéto (tutte esclamazioni usate per un avvenimento di rilievo)

- Aah! Pòro càn... pòra cagna... pòro diavolo... (rivolgendosi a qualcuno per commiserarlo)

- Ah sì, caro mio, te lo digo mì!! (te lo dico io, credimi!)

- Ah, pòri veciòti! (si dice per compiangere i vecchi )

- Bixòn ciapàre quel che vién (di rassegnazione: bisogna prendere ciò che viene)

- Bón apetìto! Grasie, se te ghìn comandi tira drìto!

- Bóna la bòta!! (bel colpo! Hai azzeccato!)

- Broàre su (fare il lavandino cioè lavare i piatti..)

- Caìn caìn caìn sento odór de cristianìn.. (fa parte della storia dei 40 ladroni)

- Can da l'osti !! : un intercalare usato come insulto verso qualcuno

- Catà nòme (chiamare qualcuno con un epiteto spregiativo, in uso spec tra i bambini)

- Ch'el bója int'el so brodo! : si dice di qualcuno con cui non si vuole aver a che fare

- Che bèl solexèlo ! (un bel solicello, una giornata tiepida)

- Chi male intende pedo risponde

- Chi va a l'osto perde el posto, chi va a l'ostaria perde la partia

- Ciapàre par man : restaurare (es.un edificio cadente) od anche riparare un oggetto

- Ciàpeghe rénto... (approfittane, cogli questa occasione propizia. Plurale: ciapèghe rénto; ed anche: a ghe gò ciapà rento!

- Co ghe xè 'l pan no ghe xè pì i dinti : quando c'è il pane non si hanno più i denti per masticare

- Come che la và a ghe 'ndarèmo drìo; ed anche: come che la và bisò'ndarghe drio (ci dovremo adeguare alla situazione, al di là di tutto)

- Come faròi a dàrghine fóra..? (di fronte ad una situazione difficile, come riuscirò a cavarmela?)

- Còsa vùtu ca te diga fióla (è così, cosa vuoi che ti dica)

- Cose che capita ai vivi... : si dice a fronte di eventi straordinari, spesso negativi

- Dala soca vien dó le stèle : metafora per dire che come sono i genitori così saranno i figli

- De rìfe o de rafe... (in qualche modo...)

- De sento erbe el ghìn magna una (una persona di palato difficile)

- Desso lo ciapo par man (mi ci metto d'impegno a fare...)

- Èco, fàta anca questa!! Gà dito quelo che gà copà so pare... .

- El diavolo se pètena :quando piove con il sole

- El fila via come l'oio : quando qualcosa è molto scorrevole

- El gà capìo l'antifona : ha compreso il significato di una certa cosa

- El gà magnà fora tuto : ha dissipato tutti i suoi averi

- El gà méso dó 'l culo (il tempo quando continua a piovere)

- El ghe dà on colpo sui serci e uno so le dóve : quando uno fa un ragionamento stando un po' da una parte e un po' dall'altra (in caso di contenziosi) pur di giungere ad un accordo

- El ghe fa lamòre (sono fidanzati)

- El ghe gà catà el lèco (gli è piaciuto molto e quindi continua es. a mangiare un dolce)

- El ghe gà catà ràdego (lo ha contrastato nel suo ragionamento o comportamento)

- El ghe ròba l'arte dale màn (quando un apprendista impara rapidamente un'arte )

- El ghe stà drìo... (uno che fa il filo a una ragazza)

- El ghi nà ciapà 'na carga (de bòte) : è stato fortemente picchiato

- El ghi nà dà 'na carga (de bòte) : lo ha fortemente picchiato

- El ghi nà dito de orbe e de grixe (lo ha insultato aspramente)

- El ghi nà dito on saco e 'na sporta : quando si copre uno di insulti

- El ghi nà fato de còte e de crue (ne ha combinato di ogni sorta)

- El ghi nà fato straje (ne ha combinate proprio tante ad es. un bambino o il maltempo)

- El gutise dó la lengua : quando qualcuno (spec.bambini) vorrebbe tanto un cibo che qualcun altro sta mangiando

- El lo gà istradà: 1)far fare un buon apprendistato in vista di un futuro mestiere; 2) accompagnare q.cuno su un percorso che dovrà poi fare da solo

- El me gà cojonà!!..: mi ha preso in giro, fatto boccacce o catànome (spec.tra i bambini)

- El me xè 'ndà dó de squadra ; mi ha deluso, non lo stimo più

- El me xè 'ndà in disgrasia : non mi piace più (es. un cibo che prima mi piaceva)

- El se gà catà co'n pugno de mosche in man : dopo aver tanto lavorato e tribolato si ritrova con poco o nulla

- El se gà voltà in aqua (il tempo, quando la nevicata si trasforma in pioggia)

- El Signore con du bastoni nol bastona : Dio è clemente, non può accanirsi con l'uomo

- El Signore te gà castigà (si dice a chi ha commesso una cattiva azione e successivamente subisce un malanno)

- El tien bota.. (quando il beltempo dura più di quanto si sperasse, opp.una persona resiste in un'impresa difficile)

- El và a spròn batùo : quando uno corre all'impazzata ed anche (in senso morale) quando si vuol dire di una persona che riesce molto bene ad es.nello studio o lavoro ecc.

- El vale 'na cica de tabaco : ha pochissimo valore, quasi niente

- Fa sentìn ! : si dice quando si vuol far sedere un bambino

- Fàto mai!!! (esclamazione che significa:non sarà mica detto... es. fàto mai che no sia mia bóna a dàrghene quatro! : vuoi che non riesca a mollargliele)

- Fè quel che digo ma no quel che faso : si dice di chi predica bene e razzola male

- Ghe gò dà rénto (ce l'ho messa tutta per...; mi sono impegnato al massimo)

- Gnànca par sògno!! (negazione assoluta ; nemmeno per sogno)

- Go le buele che ruda : la pancia ha i borborigmi

- Gò pì sén che fame (ho più sete che appetito)

- I crìa 'l morto : quando persone si lamentano di ristrettezze mentre si sa che stanno bene

- I gà laorà de sanfasón (quando operai hanno fatto male i lavori)

- I gà tajà dó le parentele (quando non si parlano più tra parenti per litigi )

- I lo gà catà co le gambe distiràe : lo hanno trovato morto

- I me lo gà dà parsòra (mi hanno fatto un omaggio ad es. si comprava un chilo di mele e ne davano una in più)

- I sóna i bòti (il campanile sta suonando le ore)

- I và fora de bòta : gli uccelli quando in primavera fanno i loro versi in grande stile

- I xè 'na manega... : si dice di più persone che risultano comportarsi con poca onestà

- I xè tuti infilài pa 'na ròca (sono tutti d'accordo, tutti uguali, si comportano tutti allo stesso modo in senso negativo)

- Indó ogni santo juta : camminare in discesa è facile per tutti e ogni santo aiuta

- Jòxo Maria, jutème! (un'esclamazione invocativa : Gesù e Madonna aiutatemi !)

- L'erba xè trata : quando l'erba è già alta e, a causa di forte vento o abbondante pioggia, viene devastata ed appiattita sul prato

- La gà 'na sacola... (è una che ha una parlantina eccezionale)

- La gà la ridaróla (continua a ridere anche senza apparente motivo)

- La gà proprio 'na bela siera : si dice di q.cuno che sta bene, che è in forma, spec.dopo una malattia o un ricovero ospedaliero

- La gà xbasà le ale (ha smesso di essere superba, ha abbassato le ali)

- La ghe gà fato le malagràsie (l'ha offesa, fatto dei dispetti o delle cattive azioni)

- La gunàra del diavolo : nel cucito quando si prendeva una gugliata troppo lunga e continuava ad ingarbugliarsi

- La lo gà inciavà fóra (lo ha chiuso fuori casa es. il marito)

- La Madòna xè drìo petenare el Signòre : anche questo quando piove con il sole

- La spèta (significa che una donna aspetta un bambino)

- La vale oro (si dice di una cosa o persona molto preziosa, importante ad es. l'acqua quando scarseggia oppure una donna molto brava come casalinga /moglie/madre)

- La vien dó a sece raverse : quando piove a dirotto

- La xè 'na rùa che gira (il tempo passa, si invecchia, prima o poi capita a tutti)

- La xè 'na sparagnina (di una che risparmia fino all'osso, non spreca nulla)

- La xè granda come 'na piasa d'armi (si dice di uno spazio molto ampio, una piazza d'armi)

- La xè intaresà : si dice di persona molto attenta a fare economia, risparmiare, curare i propri interessi

- La xè l'ultima rua del caro : di una che conta poco o niente

- La xè sempre su pa le còtole dei preti : si diceva di una donna bigotta

- Lè fóra de màn (quando un posto od una abitazione è lontano dai centri abitati)

- Lè fóra de squadra (non è regolare es. il tempo, un uomo nel suo comportamento..)

- Le gorne le canta : per dire che piove in modo sostenuto tanto da sentire il suono dell'acqua che scorre nella grondaie

- Lè morto vìa : quando, durante un pianto (ad es. per caduta od altro) un bimbo resta per un bel po' senza respirare

- Lè nato col culo indrìo :si dice quando uno fa sempre le cose alla rovescia

- Le nìbie le campìgola : quando in cielo ammassi di nuvole si spostano piano e incerte

- Lè on sensa Dio : di uno che non ha morale ed etica di comportamento ( anche di uno che non pratica la religione)

- Le vache se frusca

- Le vién dó a ròsole : quando d'autunno le foglie cadono copiose, ma vale anche in caso di frutta es. castagne

- Longa che la xè bèla!! (si dice a chi non smette di commentare o brontolare ecc.)

- Maria santa che fisólo!! (esclamazione per dire: quanto baccano,quante storie!)

- Maria, péna ch'i la toca la crìa, Maria péna ch'i la toca la trà, Maria col culo pelà! (un modo per prendere in giro le bambine piagnucolose)

- Mejo de gnente

- Me xè stà mancà... (qualcuno, anche con un preciso sospetto, mi ha preso una certa cosa)

- Merda! Risposta: magnela par no perderla!!

- Métete el vestito de verdondùxia.... (lo si diceva alle ragazze civettuole quando non si decidevano a scegliere il vestito)

- Métre la cioca : far covare le uova alla gallina diventata chioccia

- Mì no me n'impaso fióla!! (io non mi voglio impicciare)

- Mosca!!! : silenzio, tutti zitti

- Muxo duro e barèta fracà (tirare diritto con cipiglio, non rivolgersi ad alcuno)

- No bisogna dàrsela par vìnti (resistere, tentare ancora, riprovare per avere la meglio in un'impresa difficile)

- No le sarà mia tute bastonae!!.. : quando capitano sventure o malattie ci si augura che non siano tutte e solo "bastonate"

- No stà mìa trarte dó sètu!! ( per fare coraggio a chi è giù di morale per malattia, dispiacere od altro e significa non abbatterti sai!)

- No xè gnancóra sèra... (per nessuno il conto è chiuso, non è ancora sera..)

- Nol se ricorda da la boca al naso : si dice di chi ha poca memoria

- Nui me gà mia fato belo st'àno!..(lo dicevano le donne quando i loro fiori non avevano avuto una bella fioritura)

- Orate pro mea! : si dice di qualcuno che utilizza il prossimo solo per gli affari suoi

- Paràre via (allontanare, mandare via es.và a parare via le galìne da l'órto!!) ed anche : rimediare una magra cena (a ghimo parà via c'on fià de late...)

- Parécia la tòla ! (prepara la tavola, per pranzo o cena)

- Rénto da 'na rècia, fóra da quelàltra (far finta di non sentire)

- Se gà piegà anca Napoleón... (tutti i superbi prima o poi devono diventare umili)

- Se vede l'òcio del sole (quando tra le nuvole ogni tanto s'intravvede un raggio di sole)

- So devensa! : sono molto arrabbiata, non ne posso più

- So pì morta che viva (sono distrutta es. dopo una malattia o un incidente ecc)

- So qua carga come 'na musa (sono stracarica come un'asina)

- So qua ingelà come on ravo (avere molto freddo, sono qui gelato come una rapa)

- So qua tuto ónto bixónto (essere sporchi in modo esagerato)

- Sona 'l boto : è l'una, del giorno o della notte

- Sperèmo che i se daga 'na chietàda (speriamo che si calmino, es. i bambini agitati)

- Stiàni antichi i copava i piòci cui pìchi, deso ch'i xè istruìi i li copa cui dìi (l'uomo ha fatto progressi e si è evoluto ma deve pur sempre fare i conti con .....i pidocchi!)

- Tàxi sìta némo!! (stai zitta, andiamo!)

- Te ciàpi 'na pià sól culo... (prendi un calcio nel sedere...)

- Te gh'in ciapi quatro!! : le mamme arrabbiate con i figli disobbedienti

- Te ghè capìo un'àca stràca (non hai capito niente)

- Te lo dìgo mì!! (conferma assoluta, te lo dico io)

- Tiénte in bón!! (quando uno combina qualcosa di negativo e se ne vanta, gli si replica così)

- Tocare dó 'l bèco : assaggiare appena un goccio di q.cosa es.un liquore

- Un có se magna salti de sìmia e sbàji de càn (quando c'era poco da mangiare le mamme rispondevano così ironicamente)

- Va farte benedire!! : mandare uno "a quel paese"

- Valà, pòra anima !! (si dice con disprezzo o sufficienza, è segno di poca stima)

- Vè farve ciavàre!! (mandare al diavolo qualcuno)

- Vién casa presto, no stà mìa tardigàre sètu! (torna presto, non tardare sai!)

- Xè òra che te te descànti fóra (è ora che ti svegli, che ti dia una mossa)

- Sto vento el te imbatonisse (ti frastorna)

- 'ndare a spròn batùo (correre all'impazzata)

- Tuto sta a bituarse ( col tempo ci si abitua a tutto)

- Metre in solfro i fastughi (nel lavoro della paglia, fare un trattamento di sbiancamento mettendo in una cassa di legno i massi dei fastughi ed un pentolino con braci e polvere di zolfo, coprendo e lasciando per qualche ora)

- La xè 'ncora nova de seca (un oggetto nuovo di zecca)

- 'ndemo a tirare una el fen (nel prato, riunire il fieno ormai secco facendo marei o pagliaio)

- Tuti pa 'na boca (dicono tutti la medesima versione di un fatto)

- 'ndemo tore i uvi del galo (prendere le uova da far covare alla chioccia da qualcuno che nel pollaio aveva sia galline che gallo, perciò uova fecondate)

- Lè 'ndà in spadina (è andato vestito con la sola giacca, senza cappotto, magari con il brutto tempo)

- Xè scuro tenebre (quando era così buio da non vedere nulla)

- La xè devensa (di una persona così arrabbiata da non sopportare nulla)

- Te ciaparìa pal gravatìn...(ti prenderei per il cravattino, ti strozzerei)

- Spero de dirlo so 'na bona ora (mi auguro che una cosa poi si avveri)

- Se Dio vole gò finìo (finalmente ho terminato una cosa molto impegnativa e faticosa)

- Lè bon de lengua (di uno che parla molto e con enfasi, ma di poca sostanza)

- Lè on brao toxo...on toxo de fameja...(apprezzamento per un ragazzo in gamba, che promette bene, un buon partito per una ragazza da marito)

- Càpita sempre quelo che non se se speta..(succede ciò che non ci si aspetta)

- Qua vanti...(per dire di una cosa che si farà successivamente, per es.le scarpe me le compererò più avanti)

- Xè passà el diavolo (quando in casa si sentiva puzza di bruciato)

- Pèdo xè par chi la ghe toca (povero a chi gli capita una disgrazia)

- El ghi nà ciapà 'na sorbola...(aver preso una enorme stufata o stancata)

- El fa de fede (ce la mette tutta per far bene una cosa)

- Vestìo de meda festa (uno vestito con abiti né da lavoro né della festa)

- I xè tuto un merdamagna (di chi si fa complice in cose poco oneste e si giustifica a vicenda)

- Stame ben...e muri presto! (una battuta scherzosa)

Note: la S sottolineata si pronuncia marcata ma non doppia

la X si pronuncia come esse dolce

PROVERBI DI GOMAROLO - CONCO (VI)

- 'Ndove che va le sécole no ghe va le stèle

- A simo come i cupi

- Ah! Signore del Cadore, quanto se pena e dopo se móre

- Amici de proferta asai s'in cata, ma 'ndar la próva no si ghin tróva

- Bati 'l fero fin che lè caldo : agire al momento giusto per avere il miglior risultato

- Beata quela spósa che par prima la gà na toxa

- Bisogna spasàr la moneda par quel che la vale

- Bruti in fasa, bei in piasa.

- Campagna ciara montagna scura, métete in viàjo sensa paura

- Can no magna de can

- Cava, cava, che se no te cavi tì cava 'l bechìn

- Chi augura el mal dei altri el suo s'aprosima

- Chi che vol sentarse so tanti scagni, in ultima se senta par tera

- Chi ciàpa ciàpa, chi gà paura scapa

- Chi contenta on Comùn no contenta nesùn

- Chi gà 'l sospeto, gà 'l difeto

- Chi male intende, pedo risponde

- Chi móre el mondo lasa e chi vive se la pasa

- Chi no gà testa gà gambe

- Chi no sparàgna on schèo no vale on schèo

- Chi sparagna, el gato magna

- Chi spua par aria se spua doso

- Chi sta co la man sporta tira la boca storta

- Chi va in pericolo, pericola

- Chi vole na bona risposta vaga de so posta

- Chi xè da l'arte, stima l'opera

- Co 'l sole tramonta el tristo se pónta

- Co i sona la veja, le femene se posta la saneja

- Co l'aqua tóca 'l culo o noàre o negàrse

- Co le scumìnsia verdìghe la porta

- Co te ghè parlà te ghè sbaglià

- Co'l corpo se frusta, l'anima se justa

- Comare, dà che te ghè la boca verta ciama anca me toxo!

- Come che la va bisogna 'ndarghe drìo

- Con tanto se vive, con poco se móre

- Contento ti, cuntinti tuti

- Da novelo tuto belo (appena sposati)

- Da on bruto sóco vien fora bele stèle

- Da san Valentìn, medo pan, medo vin, medo fén pa 'l busìn

- Dal pugno streto no ghin va fóra ma gnanca no ghin va rento

- Dobia entrà,la setimana 'ndà,ma se no ghe xè gnente da magnare ghe xè 'ncora tri jorni da pasare

- Dopo tri jorni de bróxa, vien la neve

- Drio 'l vento no dura bel tempo

- El bontempo rompe 'l còlo

- El capèlo no lè fato pa na piòva solo

- El fogo el ghin dixe male de la caena

- El gà capìo pan par polenta

- El ghe le gà molàe de santa rajón

- El gnente lè bon pa i oci

- El lavoro de la festa el va rento da la porta e fora da la finestra

- El liga do fasine co na stropa

- El mondo lè bèlo parché lè vario

- El morto consola 'l vivo (sognare di persone defunte porta bene)

- El pexa i pumi

- El rixo nase so l'aqua e 'l more so'l vin

- El Signore con dù bastùni nol bastona

- El vin lè 'l baston dei veci

- Fémena valentina la fà 'l leto la matina, fémena de medo andare la lo fà dopo dixnare, fémena buàsa la lo fà co la méte rento la culata

- Fin che no canta i Galilei no te spojar dei pani miei (non levarsi gli indumenti pesanti fino all'ascensione)

- Fora 'l puldìn dal xguso, indrisa la manega e raversa el busto (per attaccare le maniche al corpo di un maglione quando lo si lavora a ferri)

- Ghe xè pì tempo che vita

- Goba a levante luna calante, goba a ponente luna cresente

- I cunti bion farli co la pena

- I curiùxi se paga al sàbo

- I gà magnà i campi e i gà asà i proverbi

- I jornai i xè come i musi : i porta quel che i ghe carga su

- I omini, pitosto che i ve veda magnare, mejo che i ve veda cagare

- I soldi vola, le case cròla, ma i campi campa

- I xè lupi e nu i vol portar la pèle

- In tola e in leto no ghe vole rispeto

- L'avocato el vive de carne inrabià, el dotore el vive de carne malà, el prete el vive de carne morta

- L'erba cativa no móre mai

- L'inverno, i lupi nui lo gà mai magnà

- L'òmo par la parola, el mùso par la cavésa

- La boca no la xè straca se no la sa de vaca

- La dura da Nadale fin San Stefano

- La luna setembrina, sete lune se n'inchina

- La merda, pì che te la mini, pì la spusa

- La xè la matina che impiena la manina

- La xè na bronsa cuerta

- Lè bon come 'l pan

- Lè l'ocio del parón che guida 'l cavalo

- Lè longo come l'ano de la fame

- Lè nato co la camixa

- Lè nato so na bona ora

- Longa la strada , curta la via, conta la tua che la mia xè finia

- Longa longagna la ciapa tuta la campagna (la vite)

- Magna quel che te ghè e tàxi quel che te sé

- Magnè e taxì

- Mai dire gato fin che no te lo ghè int'el saco

- Mal de pèle, salute de buèle

- Male no fare, paura no vère

- Mi gò dito, mi gò fato, mi gò tolto, pénseghe ti a fare 'l conto

- Mi sò de Sandrigo, no me ne impaso e no me ne intrigo

- Muso vecio basto nóvo

- Na bruta matina fa on bel giorno

- Na man lava l'altra

- No ghe xè né re né papa, che quel'arte no la fasa (andare al gabinetto)

- No la vóle ciapar fógo

- No pasa on sabo al mondo, che no se veda l'ocio tondo (il sole)

- Ogni bèl bàlo stufa

- Ogni saltarèlo el gà 'l so batibèlo

- On alto e on baso i fa on gualìvo

- Onor de boca, tanto vale e póco costa

- Par gnente l'orbo no canta

- Parla póco e scolta tanto

- Pasà 'l Santo, pasà 'l miracolo

- Pèdo 'l tacòn che 'l sbrego

- Pióve che Dio la manda / La vien dó de santa rajón

- Pióve e tira vento

- Pitosto de cadre so na vale, mejo picarse so na rusa (il rovo): (le ragazze preferiscono sposare chiunque piuttosto che rimanere zitelle)

- Prima de parlare, taxi

- Quando ch'i xè quaranta, poco se ride e manco se canta (gli anni di età)

- Quando che canta el merlo, simo quasi fora de l'inverno e quando che canta el cuco a simo fora del tuto

- Quel che no strangola, ingrasa

- Quel che se fa se speta

- Quel che xè stà xè stà

- Quel che xè stà, torna

- Ragno porta guadagno

- S'el piove da l'Asensa, el piove par quaranta jorni col se la pensa

- Santa Lùsia el frédo crùsia

- Sàpeme co te me vidi, rèime co te me cridi (riferito alla coltivazione delle patate ): zapparle quando spuntano e dare terra al gambo quando ha già l'aspetto della pianta di patata

- Saso che rugola no fà lispo

- Saso trato e parola dita nui torna pì 'ndrio

- Se gà piegà anca Napoleón

- Se piove 'l dì de Santa Cróxe, le noxe tute sbuxe

- Se pióve da Santa Bibiana, pióve par quaranta jorni e na settimana

- Se se podese metre tute le croxe sora on campo, tuti i 'ndaria torse su la sua

- Sempre stà e sempre sarà

- Soldi e amicisia, inorbise la justisia

- Te ghe dè 'na man e i se tole 'l braso

- Te scampi dal bò e la vaca te frusca

- Te sì so na bote de fero

- Te strindi pa la candola e te moli pal cocòn (risparmiare da una parte ma sprecare dall'altra)

- Toxo mato capeloxo va in montagna ch'el lupo te magna

- Tristo quel mistro che disprèsa la só bólda

- Trombetà de culo, sanità de corpo

- Tuti xè utili, nesùn indispensabile

- Uno, du, tri brilanti, quaranta jorni somilianti (se piove l'uno, il due e il tre aprile pioverà anche nei successivi quaranta giorni)

- Val pì la pratica che la gramatica

- Venere, quel ch'el promete intende (di venerdì il tempo del mattino dura tutto il giorno)

Note: la S sottolineata si pronuncia marcata ma non doppia

la X si pronuncia come esse dolce

ORASION DE NA VOLTA

Signòre vago in lèto, co l'Angelo perfèto,

co l'Angelo de Dio, a lèto me ne vò

da levare mi no so,

Vu Signòre che lo savì, na bona guardia me farì,

de giorno e de nòte fina al punto stremo de la me morte,

e dopo la morte mia, prego 'l Signòre che sia salva l'anima mia.

Signòre vago in lèto, no so da levare,

tre cose a Dio vojo domandare: Confesión, Comunión, Oio Santo..

nel nome del Padre, del Figliolo e delo Spirito Santo.

Santa Ciara benedeta, impresteme la vostra scaleta

Pa 'ndare in Paradiso, a vedre quel bel viso.

Quel bel viso gera morto

I Angeli cantava, la Madona sospirava...

Gesù in desnoción, sintì sintì che bela orasión.

San Giusepe vecerèlo, cossa ghio inte quel sestèlo?

Gò na fassa e on paneselo, pa infasare Gesù belo;

Gesù belo pien d'amore, pa infasare nostro Signòre.

El gà patìo, el gà patìo soto Ponsio Pilato!

Angioleto compagneto

compagnème in questo leto

con Gesù e con Maria

come bona compagnia.

..................................................................................................................

Queste preghiere venivano recitate in un passato più remoto, ancora dalle nostre bisnonne e nonne, perciò fino agli anni '50 e poi abbandonate. Infatti la nonna Elena già non le recitava più e, di conseguenza, neanche noi. Le ho scritte perché me le avevano raccontate sia lei che le zie Suore, sue sorelle.

STORIE

EL LUPO E LA VOLPE (tra le storie che mi raccontava mio papà è quella che mi piaceva di più)

Ghe jera 'na volta on lupo e 'na volpe che andavano sempre a caccia insieme. Una notte si sono trovati nel bosco: "comare volpe, 'ndoe podarissimo 'ndare stanote??" ; "aah, compare lupo, ghe xè on posto che conosso mì, vien vien...te vedarè! "

Camina, camina, arrivarono in una piccola stalla ; le mucche riposavano tranquille, il cane dormiva anch'esso per la stanchezza delle fatiche della giornata. Sopra alla stalla, in una stanzetta accanto al fienile, riposava anche il contadino stanco.

Con la massima cautela, il lupo e la volpe si avvicinarono alla finestrella che dava nella stalla e che era socchiusa; con un agile salto entrarono. Le mucche ed i vitellini nemmeno si accorsero dei due ladruncoli, che così andarono dritti a cercare dove sfamarsi.

"Varda varda compare lupo che maraveja!!" Lì nel piccolo sgabuzzino a fianco della stalla stavano belli in fila sulle mensole formaggi più o meno stagionati, pezzi di burro, secchi con latte e panna...una vera manna! I due si tuffano, così affamati com'erano...e bevi e mangia, e mangia e bevi...Ad un certo punto, leccandosi i baffi, la volpe dice: "compare lupo, mi a vo fora a spandre aqua...se vedimo dopo..." e, a malapena,riesce ad uscire dalla piccola finestra, con gran fatica a causa della pancia troppo piena...ma ce la fa. Il lupo invece, così ingordo, continua a magnare e bevre finchè non ne può più e decide di smettere ed uscire.

Tutto tace, la volpe non è ancora ritornata, mah!?! La pancia è davvero grossa, chissà se riuscirà a passare dalla finestrella?!..Ci prova..aahi, no, non ce la fa...così incomincia a spingere e spingere con gran dolore e gran baccano. Si sveglia il cane che comincia ad abbaiare e così sveglia il cantadino che, con un grosso bastone in mano scende in stalla e vede il lupo che tenta di scappare ma, soprattutto, vede i suoi secchi di latte mezzi vuoti ed i suoi formaggi dimezzati... Inrabià morto si precipita sul lupo (poveraccio) con il suo bastone e non gliele risparmia proprio.

Dopo averne prese fin troppe (tutte lui però!) con uno sforzo sovralupano ce la fa finalmente ad uscire sanguinante e dolorante dalla finestra. Così malconcio, fugge cercando la sua "amica" comare volpe, per raccontarle l'accaduto. Essa non si era persa via ed era andata nel frattempo a rotolarsi e strusciarsi su un cornolaro pien de cornole, in modo da avere la pelliccia tutta imbrattata di rosso.

Appena la incontra, il lupo le racconta tutto, tra un aahi e un ohi; lei, per tutta risposta: "ma varda qua, anca mì, quante che ghi nò ciapae...varda quanto sangue...ahi ahi ahi, che malee..". "Aah, puareta, te me fè proprio pecà!" risponde l'ingenuo lupo. E lei:"aah, compare lupo, no te podarissi mia portarme so la schena, che no so gnanca bona caminare!!" E lui, che ha solo la fama di essere cattivo, la fece montare in groppa tra indescrivibili sofferenze.

Così, trotterellando e zoppicando, si avviarono verso tana, mentre lei canticchiava: " ninan ninan ninan, el malan che porta el san; ninan ninan ninan, el malan che porta el san!"..."Cossa cantitu comare volpe?" "aah, gnente gnente, na canson che me ga insegnà me mama da picoleta".

Un'altra storia del lupo e la volpe era questa: una notte si incontrano ancora nel bosco; una grande e luminosa luna splende in cielo. La volpe dice al lupo: vien co mì che te fò magnare qualcossa de bon...camina e camina, arrivano ad una pozza...varda compare lupo che bela pessa de formajo che ghe xè là rento (la luna che si specchiava nell'acqua)! Vetu torla tì, che te sì pì bravo de mì? Si si comare volpe, vao sùvito...e si getta a capofitto nell'acqua, lasciando la volpe a ridere a crepapelle, mentre lui si accorge dell'inganno quando ormai è troppo tardi!

SPIRITI E SPIRITISMI (le storie che mi facevano tanta paura...)

Da piccola ero terrorizzata dai racconti dei grandi di cose che erano successe ai loro antenati a causa degli spiritismi provocati dal diavolo.

Un racconto riguardava quello che era capitato al mio bisnonno Piero mentre tornava a casa da Conco a sera inoltrata, era inverno e buio. Lui scendeva a passo svelto giù per il buale col suo gran mantello addosso. Ad un certo punto sentì dietro di sé qualcuno che correva e, voltandosi, vide che era un grosso caprone. Sulle prime anche lui iniziò a correre, come per scappare; poi però, pensando che potesse essere uno spiritismo, estrasse dalla tasca la scatola del tabacco da fiuto sul cui coperchio era raffigurata l'Ultima Cena. Nel parare in aria la tabacchiera, come per incanto il caprone scomparve e il bisnonno potè tornare a casa e raccontare in stalla l'accaduto.

Ad un altro antenato (forse il padre o lo zio del bisnonno Piero) era successo un fatto analogo.

L'uomo era andato alla Costa a filò in una stalla dove c'era una ragazza che gli piaceva e perciò el ghe stava drio. Terminato il filò, se ne partì per tornare a casa giù per i strodi, in mezzo ai boschi e i prati. Giunto ad una radura, vide una gran festa; giovani che ballavano, musica e canti. Si fermò alquanto stupito che proprio lì ci fosse una festa, non era mai successo. Mentre si soffermava per capire di cosa si trattasse, estrasse dalla tasca la tabacchiera, anch'essa dipinta sul coperchio con i dodici Apostoli e Gesù nell'Ultima Cena. Voleva semplicemente fare 'na tabacada. Ma in quell'istante tutto scomparve, musica e ballerini...e lui tornò di gran corsa a casa per raccontare il fatto.

Nelle stalle, dove si stava sempre per ripararsi dal freddo al caldo fiato delle mucche, di queste storie di spiriti e spiritismi i grandi ne raccontavano sempre tante, e noi bambini le ascoltavamo incuriositi ma con il risultato che avevamo sempre una gran paura che prima o poi potesse capitare anche a noi qualcosa di simile. Quando mia mamma mi mandava su nelle camere a prendere le fogare (per riempirle di braci e metterle dentro alle moneghe nei letti per scaldarli d'inverno) io avevo il terrore di incontrare qualche scena diabolica o essere rincorsa da un caprone. Non avendo in tasca la tabacchiera santa poteva essere davvero un problema!

I grandi, i vecchi raccontavano quelle storie anche per tenere buoni i piccoli, salvo poi pretendere che non avessero paura quando dovevano fare qualcosa di utile o necessario, come per esempio uscire al buio per prendere legna. Mia mamma allora mi rincuorava dicendomi che adesso non c'erano più gli spiriti perché la Chiesa li aveva proibiti con il Concilio di Trento. Questo a volte mi dava un po' di coraggio, ma non sempre bastava..

Una storia che riguardava i poteri del demonio era quella del Piero portato via in cielo.

Piero era un bambino disobbediente, svogliato e scalmanato. A forza di disobbedire ai suoi genitori, un bel giorno è stato portato via dal diavolo dentro una cesta volante. Mentre la cesta con dentro il diavolo e il Piero saliva verso il cielo, su verso i prati e le valli che portano a Conco, sua mamma a tutta voce gli gridò: "Pieroooo, dixi Gesù Giusepe Mariaaaaa...." Così fece il bambino ed in quell'istante la cesta ha cominciato a precipitare cadendo rovinosamente sui grandi siexuni de russe che crescevano rigogliosi ai fianchi del buale.

Il Piero se l'è cavata con tante spinàe e un gran spavento...cosa che lo ha indotto a promettere ai suoi che mai più avrebbe disobbedito.

Nostra mamma la raccontava questa storia a me ed a mio fratello (guardando soprattutto lui!) per incitarci ad obbedire ed aiutare in casa, nella stalla, nei prati e in tutti i lavoretti che noi bambini sapevamo fare bene, dando sollievo ed aiuto a lei, nonno, papà e zio.

Per fortuna che non c'erano solo storie di spiriti cattivi. Infatti, ogni bambino era protetto da un Angelo Custode, mandato dal Signore e che viveva costantemente appoggiato sulla sua spalla. Non potevamo certo vederlo né toccarlo perché era spirito, ma lui ci proteggeva dai pericoli, ci guidava nella giusta via e ci suggeriva i buoni comportamenti da tenere per essere bravi bambini. Ed ogni sera, all'ora di dormire, tra le altre preghiere recitavamo: Angeleto del Signore, dona luce a questo cuore, fa che veda la sua via, tuti i giorni così sia. Ed anche: Angelo di Dio, che sei il mio custode, illumina, custodisci, reggi e governa me, che ti fui affidato dalla pietà celeste, così sia.

LE STRIE (anche queste erano un tormento per noi bambini)

Le strìe vivevano giù nella valle del Rameston, (tra Gomarolo e Crosara) dove praticamente nessuno era mai arrivato; abitavano nelle grotte, nelle loro comunità femminili (non ho mai saputo se c'erano anche i maschi, i strii). Per vivere guadagnando qualcosa si trasformavano in donne in carne e ossa e, all'occorrenza, viceversa. Non erano malvage, però bisognava evitare di avere contatti con loro perché si poteva essere "contagiati" e diventare come loro. Quando si trasformavano in donne, nessuno era in grado di capire che erano strìe incarnate in donne, sembravano assolutamente normali.

Comunque, le loro storie erano molto usate per spaventare noi bambini; ci dicevano che le strìe avrebbero potuto portarci via. Lo stesso dicevano degli zingari, i sigagni; dovevamo scappare a casa appena si sentiva dire che una loro carovana stava arrivando in paese. I sigagni però, a differenza delle strìe, avevano anche fama di essere ladri e di portare via i bambini, rubando nelle case e per strada con loro speciali metodi di incantamento.

Una delle storie di strìe che mi raccontava sempre mio papà, e a volte anche mia mamma, era quella della Titatata e Titatela.

Una notte tornava da Marostica un cavalaro col suo carretto carico di viveri per il paese. Giunto a Rameston sentì dal fondo della valle chiamare a gran voce: "Omo del caval biancoooo"...lui fermò il cavallo gridando: ooohh! Ascoltò ancora e di nuovo il grido: "Omo del caval biancooo"..rispose:"eeehh!", "dixighe ala Titatata che la vegna dó che la Titatela xè mortaaaa!" E lui rispose:"Siiiii..". Arrivato a Gomarolo, presso l'osteria dei Bessega, si fermò ed entrò nell'osteria dove raccontò ai presenti quello che gli era successo. Nel frattempo, la serva stava lavando i bicchieri e, non appena sentì il racconto, sparì scivolando giù per il buxo del seciaro. Così capirono che quella era una strìa, per l'appunto la Titatata...

E ancora per parlare di spiriti, ci raccontavano che esisteva el Sanguanelo, cioè un folletto tutto rosso che viveva nascosto nei boschi e di notte usciva per andare a pettinare i cavalli, tanto che alla mattina a volte trovavano qualche cavallo con le trecce alla criniera.

Inoltre, per spaventare le bambine, ci dicevano che il Sanguanelo poteva anche rubare le bambine; se le trovava in giro di notte da sole le portava nella sua grotta per poterle pettinare a suo piacimento. Però non le trattava male, le nutriva ed infine le lasciava pure tornare a casa.

Io non l'ho mai visto, e tantomeno conosciuto bambine che fossero state portate via dal Sanguanelo...però avevo lo stesso tanta paura.

C'era anche il Matostanga, una fantomatico vecchio che viveva nei boschi e che era aggressivo con chiunque avesse incontrato, spaventando con la sua grossa stanga specialmente bambini che fossero stati in giro dopo che veniva il buio.

La storia dela Catinèla.

Una bambina si chiamava Catinèla ed era sempre molto disobbediente, non aiutava la mamma e il papà, faceva capricci. Insomma una bambina cattiva.

Una sera andò a dormire e, quando fu nel letto, una voce la chiamò: "Catinèla.." e lei rispose: "eeh". "sò in fondo a le scale"...Catinèla si spaventò tantissimo e pensava a chi poteva averla chiamata. Dopo un po'..."Catinèla"..."eeh"..."so sol primo scalin"; "Catinèla"..."eeh"..."so sol secondo scalin"... La bambina si rannicchiò tutta sotto le coperte, terrorizzata, perché aveva capito che qualcuno stava salendo in camera sua, ma per fare che cosa? chi lo sa? "Catinèla".. "eeh".. "so sol terso...quarto scalin...so in fima ale scale....sò in fondo al leto....am che te magno!!"

Si raccontava per far stare buoni i bambini (!??!). Quando nella storia si diceva am che te magno, si doveva spaventarli alzando la voce ed allungando le mani. Ma la paura più grande l'avevamo quando andavamo a letto e temevamo di sentire la voce che, invece di chiamare Catinèla, chiamava il nostro nome!

FILASTROCCHE

Un capèlo pien de piova

Un capèlo pien de piova, volta carta ghe xè 'na rosa

'na rosa che sa da bon, volta carta ghe xè un melón

un melón bon da magnare, volta carta ghe xè un mare

un mare e 'na marina, volta carta ghe xè 'na galina

'na galina che fa cocodè, volta carta ghe xè un re

un re e un rearo, volta carta ghe xè un peraro

un peraro che fa du piri, volta carta ghe xè du sbiri

du sbiri che duga le bale, volta carta ghe xè do cavale

do cavale con du cavai, volta carta ghe xè du pai

du pai col beco rosso, volta carta ghe xè un posso

un posso pien de aqua, volta carta ghe xè 'na gata

'na gata con du gatèi, volta carta ghe xè du putei

du putei che va a scola, volta carta ghe xè 'na socóla

'na socóla piena de vin, volta carta ghe xè un oxelìn

un oxelìn che vola via, volta carta e la xè finìa!!

Toxo mato capelóxo, va in montagna ch'el lupo te magna,

ch'el lupo te porta, co la gamba storta!

Ghe jera 'na volta

el Piero se volta,

el cava la soca

el Piero se copa!

Doman doman xè festa, se magna la menestra,

se beve sol bocale..viva viva carnevaleee!

Oca badessa, Ana contessa, can sbaiante, musseto portante...mas-ceto cagaduro!!

LA BEFANA

La Befana vien de nòte

co le scarpe tute rote

col capèlo a la romana

viva viva la Befana!

O Befana, o Befanina, porta i doni a casa mia,

sarò buona e ubbidiente, con la mamma e col papà,

o Befana vieni qua!

(Prendendo la manina del bimbo, si tocca e si fa dondolare dito per dito seguendo le frasi:

El pòlice lè cadìsto dó sol posso,

l'indice lo gà tolto su,

el medio lo gà sugà,

l'anulare gà fato la panà, el mignolo la gà magnàààà!

(Toccando mani e parti del volto al bimbo ed alla fine facendo dondolare il naso preso fra due dita)

Manina bela, so sorela; oceto belo, so fradelo; receta bela, so sorela; bocheta del frate...dindindin campaneloooo!

(Facendo sedere sulle ginocchia il bimbo a gambe divaricate verso di sé, tenendogli le manine e facendo saltellare le gambe a mò di trotto; è una filastrocca-cantilena):

Tutù tutù cavalo, ch'el vecio mulinaro, el gà magnà la fava

el toxeto s-ciopetìn, ch'el gà copà quel'oxelìn,

canta de galo, canta de galina,

el pupà lè 'ndà sui campi, con quatro cavai bianchi

bianca la sèla, bianca la cóa...mordi mordi mordi in boca tuaaaa(e dicendo così, lo si fa andare indietro con la testa, tenendolo sempre per le manine).

C'è anche una versione più breve:

Tutù tutù musseta, la mama xè 'ndà a messa

el pupà lè 'ndà sui campi, con quatro cavai bianchi

bianca la sèla, bianca la cóa...mordi mordi mordi in boca tuaaa!!

(Per far stare buoni e zitti i bambini)

Silensio perfèto, ch'el diavolo è in lèto,

el tira el spaghéto, vien fora l'ovéto!

Conta con le dita

ùnara, dònara, trènara, quara, quarèlp, sachéto, martèlo, botón, veronexe...diéxe!!

Augurio di Capodanno

Bonì bon'ano, co la giaca de pano,

cui butùni d'argento, con sinque schèi me contento!

Cuco biscuco

Cuco bel cuco, fiól de to pare, fiól de to mare

quanti ani me detu da maridare? 1, 2, 3 ecc.( fino a che il cuculo cantava vedendo la coincidenza con il numero).

Doman doman domenega, la festa de la sélega

la salta sol lèto, la cata un confeto

el confeto lè duro, la salta sol muro

el muro lè bianco, la salta sol banco

el banco lè roto, la salta sol posso

el posso lè pien de aqua...seleghéta soto aqua

CONTE PER I GIOCHI

Ata batanda, la forca te tanda,

ita barita, la forca te pica

sperùn sperón...manda fora tì o mì o va!

Ale bale del canón...pin, pum, pon!

SCIOGLILINGUA

Mì la dixe, sì la dixe, so la dixe, che la dixe, tì la dixe, te la dixe, sì la dixe, 'ndà la dixe, là la dixe,

ma la dixe, tì la dixe, no la dixe, te la dixe, sé la dixe, che la dixe, mì la dixe, so la dixe, 'ndà la dixe, là la dixe!!

Mì che te tache i tachi

a tì che te tachi i tachi?

tàchete tì i to tachi

tì che te tachi i tachi!!

INDOVINELLI ed ALTRO

Ónta bixónta, soto tèra scónta, bóna da magnàre,catìva da induvinàre (la patata)

Se te induvìni còsa che gò qua rénto a t'in dò on graspo ; risposta: ùa. E il primo: mago te sì !!

La galina pèpola la fa trì uvi al dì, se no la fùse popola la ghin farìa de pì

La và cantando e la tòrna lagrimando (la secchia in metallo con la quale si andava al pozzo per prendere l'acqua)

La pianta co 'na fòja sóla (la candela)

Xèlo vèro o no xèlo vèro che la luna gà 'l pavéro? (luna crescente)

Alto altìn, querto de lìn, albero no lè, indovina cossa che lè ? (l'altare)

Co lè in pìe lè picolo, co lè sentà lè grando (il cane)

Tinfo tanfo, rogna sgranfo

Pignatèlo picolo, poca papa ghè

Va cantando e torna lagrimando (il secchio in ferro col quale si andava a prendere l'acqua al pozzo)

Cirolìn che cirolava

sensa ali lui volava

sensa bèco lui becava

cirolìn che cirolava! (il fuoco)

CANZONE

Me compare Jacométo, el gaveva un bel galéto

quando 'l canta el verde el bèco, e po'l fa chicchirichì..

e quando 'l canta 'l canta 'l canta, el vèrde 'l bèco 'l bèco 'l bèco

e po'l fa po'l fa po'l fa chicchirichììì

Me comare Jacomina, la gaveva 'na galina

che la sera e la matina, la faxeva cocodè..

e che la sera sera sera, e la matina tina tina

la faxeva xeva xeva cocodè

Le galine tute mate, par la perdita del galo

le rabalta anca 'l punaro, pa la rabia che le gà...

e le rabalta balta balta, anca 'l punaro naro naro

pa la rabia rabia rabia che le gààà

GIOCHI

Dugare a bandiera, a guera, a trentunajo... Per sapere cosa vuol dire il bello dei giochi dei ragazzi liberi, bisognava esserci nelle sere di tarda primavera ed estate; solo nella mia contrà ci saranno stati 30 o 40 tra ragazzi e bambini, sia maschi che femmine. Le corse per i strodi, gli schiamazzi misti all'odore del fieno tagliato da poco e raccolto in marèi nei prati, la strada in terra battuta erano il nostro palcoscenico (macchine non ne passavano).

Io avevo soggezione dei ragazzi più grandi, ma poiché c'era anche mio fratello che aveva due anni più di me mi sentivo sempre abbastanza sicura e protetta.

Il gioco più importante era trentunajo; non so cosa significhi questa parola...potrebbe essere (ma lo deduco io) : trentun maggio, ma per me rimarrà un mistero. Corrisponde al nascondino e giocavamo soprattutto quando c'erano i marèi nei prati, perché essi fungevano da ottimo nascondiglio permettendoci di spostarci anche durante la ricerca del giocatore che "stava sotto", cioè che doveva stanare tutti gli altri e pronunciare il loro nome nel posto dove aveva fatto la conta. Questo era un gioco a cui partecipavano assieme sia maschi che femmine.

Un altro gioco, riservato quasi esclusivamente ai maschi, era guera; armati di bastoni di varie fogge ad imitazione fucile o mitra, formavano le bande che poi si dovevano sterminare a vicenda. Noi bambine raramente venivamo ammesse a questo gioco e tante volte eravamo noi stesse a non voler giocare.

A bandiera c'erano due gruppi disposti in due file; quando uno della fila davanti partiva, il corrispondente di quella dietro lo doveva rincorrere e fare in modo di toccarlo prima che lui riuscisse a tornare indietro dopo aver toccato un punto stabilito più avanti. Questo gioco creava grande entusiasmo e tifoseria. Lo si giocava spesso anche durante la ricreazione a scuola, giù davanti alla chiesa.

Puina e puina cución: chi aveva la puina doveva cercare di toccare un altro per liberarsi; nella puina cución, chi stava per essere toccato poteva accucciarsi ed era indenne.

Fassoleto. Due file di bambini ed uno in mezzo che teneva in mano un fazzoletto e chiamava il numero; i due che avevano quel numero dovevano correre e cercare di prendere il fazzoletto senza farsi toccare dall'altro, correndo poi al proprio posto.

Bala (palla muro). Giocato esclusivamente dalle bambine, una per volta, con il subentro dell'altra quando l'una sbagliava: Mettendosi davanti ad un muro con in mano una palla (che era sempre piccola tipo tennis, anche perché di più grandi non ne avevamo)la si doveva lanciare contro il muro e subito riprenderla, facendo mosse o movimenti per ogni parola o frase detta.

Le parole erano: 1) muoversi, 2) senza muoversi, 3) senza ridere, 4) con un piede, 5) co una mano, 6) mano bati, 7) zigozago, 8) violino, 9) bacino, 10) girandola, 11) lasciandola cadere, 12) cuore, 13) amore, 14) signore. Al 2° giro si doveva rifare tutto senza muoversi, al 3° giro tutto senza ridere ecc.

Spiegazione: 1 ci si poteva muovere mentre si lanciava contro il muro e subito si riprendeva la pallina; 2 non ci si poteva muovere; 3 non si doveva ridere; 4si doveva tenere sollevato un piede; 5 si doveva riprendere la palla con una mano sola; 6 fare un battimano; 7si facevano andare indietro i gomiti; 8 si facevano roteare le mani su sé stesse; 9 si mandava un bacio con la mano; 10 si faceva una giravolta in piedi prendendo poi subito la palla senza farla cadere; 11 si lasciava cadere la palla per poi riprenderla; 12 si metteva una mano sul cuore; 13 si intrecciavano le mani sul petto; 14 si facevano fare due colpi sul muro alla palla.

Era il mio gioco preferito, insieme a mia cugina Mariangela; a volte anche con altre bambine, ma in questo caso spesso c'erano contestazione e si finiva per litigare.

Su e dóquarantanove, case nove da fitare, daghe la papa al vecio, daghela col guaciaro...

Questo si cantava in coro girando in cerchio tenendosi per mano; ad ogni guciaro, si invertiva il senso del giro.

Palla avvelenata: chi veniva colpito doveva uscire dal cerchio

Palla schiava: chi veniva colpito era fatto prigioniero

La bella lavanderina che lava i fazzoletti per i poveretti della città, fai un salto, fanne un altro, fai la giravolta, falla un'altra volta, fai la riverenza, fai la penitenza, guarda in su, guarda in giù, dai un bacio a chi vuoi tu...chi veniva baciato doveva stare sotto.

Chi ha paura dell'uomo nero...questo non mi ricordo come si giocava.

Sasso sasseto...usando sassi o noccioli di pesca, se ne lanciava in aria uno e si cercava contemporaneamente di prenderne un altro con la stessa mano, poi due, poi tre e così via fino a terminarli.

Per le bambine i giochi preferiti erano: a le mame, a botega, a maestre, saltare a corda, intrecciare erbe e fiori per fare collane e braccialetti...

Per i bambini: andare par agnari (nidi) con la fionda; nelle posse a prendere rane col picarane (una pertega con spago e amo quadridente costruita da loro stessi); a caccia di "barbarane" (libellule) usando una frasca (un ramo frondoso) con la quale davano una sventagliata facendole cadere e poi le portavano in pasto alle galline; prendere le ande (biscie d'acqua), che erano un po' il terrore dei ragazzi ma nel contempo erano odiose per il fatto che spesso si sentiva una rana gracidare disperatamente mentre la anda la divorava viva; andare per ragi (polvere da sparo rimasta nella polveriera dalla grande guerra) e poi bruciarli; dugare a balon. D'inverno, tutti sulla neve con le slitte e i sliti (quelli alti) so la basseta, un prato bellissimo per fare discese da brivido. I più bravi davano sfoggio di abilità scendendo sdraiati a pancia in giù e testa in avanti sulla slitta velocissimamente fino alla valle. D'estate invece, dopo un grosso acquazzone, "la vale coreva", cioè nella valle che attraversa il paese (normalmente asciutta) finalmente scorreva l'acqua piovana tutta marron. Noi bambini avevamo assicurato uno dei divertimenti più eccitanti. Il solo veder scorrere l'acqua era una emozione indescrivibile; poi qualcuno iniziava a mettere in acqua barchette di carta o pezzi di legno similbarca...e allora che spasso...ore e ore lì, finchè l'acqua cessava di scorrere e si tornava con rammarico ai soliti giochi.

Campanon: due bambine si prendevano le braccia dandosi la schiena e si facevano sollevare a turno piegandosi in avanti

La pala: un bambino saliva su un badile ed un altro cominciava a farlo girare smettendo solo quando arrivavano i capogiri!

El sercio: correndo, sospingere un cerchio in ferro usando un'asta in ferro ricurva in fondo dove tratteneva il cerchio.

Rampegarse: i bambini si arrampicavano sugli alberi o sui siesuni...vinceva chi riusciva ad arrivare più in alto ed il più velocemente possibile.

Saltamussa: un bambino piegava la schiena e l'altro doveva saltare dall'altra parte passandogli sopra con le mani appoggiate

Schiravoltole: bambini e bambine partivano dalla sommità di un prato scendendo a capriole (schiravoltole). Vinceva chi arrivava per primo ad una meta stabilita.

Spincolon: un'altalena costruita con un sogato (corda) ed un pezzo di legno, appesa ad un ramo di albero piuttosto robusto.

Scainele: seduti ai bordi delle posse(dove andavano ad abbeverarsi le mucche), i ragazzi lanciavano a pelo d'acqua sassolini larghi e piatti (le sgeve); vinceva chi riusciva a far fare più salti alla sgeva.

Careghete done...un gioco per far divertire i bambini piccoli: due bambine incrociavano le loro mani sulle braccia formando una seggiolina; si abbassavano e così un bambino piccolo ci si sedeva sopra, attaccandosi con le braccine al collo delle ragazze. Così camminando cantavano: careghete done, che porta le madone, che porta i angioliti...schiti schiti schiti!! e dicendo l'ultima parte facevano sobbalzare tre volte il bimbo. Era molto divertente per i piccoli, che non avrebbero mai voluto smettere!

Balete. (un gioco esclusivo dei maschi) Sono le biglie, che inizialmente erano in terracotta grigia o color noce, se si scontravano si rompevano facilmente; poi sono arrivate quelle di vetro con dentro tanti bei motivi colorati a cerchi o a spirale. Si mettevano in fila circa 8 – 10 e poi, da lontano, si faceva ruzzolarne una e quella che veniva colpita si prendeva con tutta la fila seguente di destra, fino a prenderle tutte. Ognuno aveva il proprio contenitore di balete, che si riempiva colmo o, a volte, rimaneva desolatamente vuoto, a seconda se si vinceva o perdeva. Si chiamava "resta" quando un giocatore tirava al volo e colpiva la prima baleta di sinistra; mi sembra che quello prendesse tutta la fila de balete.

Era una abitudine delle mamme chiamare a voce spiegata, ad intervalli più o meno lunghi, i propri figli che erano in giro lungo tutta la vallata per giocare. Mia mamma aveva una voce forte ed acuta; ogni tanto usciva dalla cucina o dalla stalla e chiamava a tutta voce: Piergiorgiooooooooooooooo...Lui rispondeva sempre, a meno che non si trovasse lontano come per esempio nella possa dei Bissacca o alla polveriera. Solitamente trascorreva cui tuxi, suoi compagni, ore ed ore alla possa nova (di fronte a casa nostra). Io e le mie compagne di giochi non ci allontanavamo mai troppo da casa; ma quando ero da mia cugina Mariangela, su dei Visinsi, e si faceva sera, mia mamma mi chiamava per dirmi di rientrare a casa ed io, a malincuore, scendevo di corsa dal strodo.

Quando ero più piccola, mia mamma mi faceva le bamboline di stoffa. Poi, in occasione di una Befana, mi è arrivata una bambola vera (dal xio Piero): era bellissima, aveva i capelli, il vestitino, le braccia e le gambe articolate e, soprattutto, chiamava "mamma". Ricordo quella come una delle emozioni più forti della mia infanzia...Peccato che mio fratello un brutto giorno l'abbia aperta per vedere come faceva a chiamare mamma...comunque io e mia cugina Mariangela ci abbiamo giocato tanto tanto!

Noi bambini dividevamo il nostro tempo tra il gioco, la scuola e il "lavoro". Si, proprio il lavoro. Tutti i bambini dovevano affiancare i grandi e gli anziani in mille occupazioni, cosa che ci dava un vero e proprio ruolo sociale, nella famiglia e nella collettività. Per fare qualche esempio: andare a prendere l'acqua per la cucina al pozzo, portare le mucche al pascolo, accudire le galline, andare nei campi e orti per aiutare a piantare verdure, bagnare, raccogliere patate, frumento, togliere i bauti dele patate, andare nei prati per il fieno o nei boschi per legna; portare il latte al caselo; per le sole femmine pulire la casa, rifare i letti e tutte le faccende domestiche, fare la spesa. Inoltre per tutti fare una miriade di servigi a nonni, genitori ed anziani, anche vicini di casa o parenti. Le bambine facevano anche la cordela, lavoravano a maglia, imparavano a rammendare, a cucire e confezionare vestiti (dalle mamme o dalle sarte in praticantato). Mentre i maschi seguivano nonni e papà in tutte le attività manuali di manutenzione e lavori agricoli.

Poi, nel giro di una stagione, la voglia di giocare svanì...e un vento nuovo mi portava la voglia di pensare a cose diverse, un mondo da scoprire si affacciava al mio orizzonte...la casa, il paese, le amiche e perfino i miei familiari cominciavano a farmi sentire stretto quel meraviglioso mondo che era stata la mia infanzia giocosa...Così, come le rondini in autunno, anch'io partìi verso mondi lontani.

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Questa storia è un breve intreccio tra quella della mia infanzia e quella del mio paeséto di nascita, che tanto mi ha dato e che ricordo con grande affetto. Ad esso ho dedicato negli ultimi anni alcune poesie in dialetto, che se vorrete leggere, sono sul Blog (vedi sotto).

MI SCUSO per quanto posso aver dimenticato o riferito in modo non preciso, soprattutto rispetto alle località, ai nomi delle Famiglie o ad avvenimenti particolari.

Un grazie di cuore a me fradelo Piergiorgio (classe 1947) per avermi aiutata in alcuni ricordi e nella raccolta di proverbi e modi di dire; ai miei familiari per l'incoraggiamento e per la realizzazione della parte grafico-informatica.

Contatti: E-Mail guerpez@alice.it

Via Caraglio 4/C – 25054 MARONE (BS)

Cell. 3463888565

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